1975

Mentre a Roma si apre l’Anno Santo, a Londra viene aperto da Malcolm McLaren e Vivienne Westwood il negozio “Sex”, dedicato alla vendita di vestiario e accessori punk. Per pubblicizzare il negozio, McLaren creò il gruppo dei Sex Pistols. Non totalmente soddisfatta, la capitale inglese da alla luce gli Iron Maiden grazie al bassista Steve Harris. In Italia l’eta della maturità si abbassa da ventuno a diciotto anni, e il servizio militare passa a dodici mesi.

Mentre negli Stati Uniti Bill Gates crea la Microsoft, nella sinistra comunista italiana vince la linea del compromesso storico di Enrico Berlinguer e l’ala filosovietica di Armando Cossutta viene emarginata. In Vietnam, le truppe americane abbandonano Saigon ed a Castelnuovo del Garda viene inaugurato Gardaland.

In Italia viene riformato il diritto di famiglia: è sancita la parità giuridica fra coniugi, attribuita ad entrambi la patria potestà, eliminato l’istituto della dote, è legge il riconoscimento giuridico dei figli nati fuori dal matrimonio ed è introdotta la comunione dei beni. Tre giovani neofascisti, Angelo Izzo, Giovanni Guida e Andrea Ghira rapiscono e seviziano Donatella Colasanti e Maria Rosaria Lopez, di 17 e 19 anni. Quest’ultima verrà uccisa; è il cosiddetto Massacro del Circeo.

A 83 anni, muore Francisco Franco, dittatore spagnolo al potere da 40 anni. Juan Carlos I di Borbone diventa Re di Spagna e avvia il processo che porterà la Spagna alla democrazia. Ad Ostia viene barbaramente ucciso Pier Paolo Pasolini: per l’omicidio sarà condannato il minorenne Giuseppe Pelosi.

Viene pubblicato Wish you were here, nono album dei Pink Floyd

Il campetto sotto casa era una sorta di terra di nessuno. Chiuso nel triangolo tra via Dionisi e via Agnelli, era posto ideale per infinite partite di pallone. Era il Campetto. Sarà stato lungo un centinaio di metri, di forma irregolare, piu largo verso via Dionisi e stretto verso via Agnelli. Largo poco più di una trentina di metri, era utilizzabile solo per la metà posta verso le case signorili costruite nella seconda metà degli anni 60 su un montarozzo pomposamente battezzato “Colle delle Magnolie” dallo squalo Genghini, della prolifica genia di palazzinari romani arricchitisi in quegli anni d’oro. Sulla sinistra, tenendosi alle spalle il tortuoso vicolo della Serpe, c’era una scarpata di pochi metri facilmente accessibile, che portava, attraverso uno stretto sentiero, alla fermata del 44, subito prima della pompa di benzina. Il piano stradale di via Agnelli era infatti di qualche metro più basso di quello di via Dionisi e il campo – il Campetto – univa le due strade consentendo di accorciare il lungo giro che portava alla fermata dell’autobus.

Di proprietà della Croce Rossa, era diviso dall’attiguo convitto e scuola di formazione per infermieri, dalla via Ilvento, prolungamento a mo’ di punta del bastone di rabdomante delle via Dionisi e vicolo della Serpe, ombroso collegamento verso la Portuense.

Negli anni si erano alternate forme di protezione all’accesso del Campetto, tutte miseramente fallite. Diverse reti metalliche erano state perforate da tronchesine notturne, segnali di divieto di accesso misteriosamente scomparsi, insegne di proprietà privata schernite dall’utilizzo pubblico del luogo. Era una lotta disarmata e per nulla politica, contraltare sociale di quella sanguinosa che, tra stragi e misteri, era combattuta in tutto il paese. Di giorno arrivava qualche camioncino dal quale scendevano tute blu che sostituivano il tratto di rete divelto e ripristinavano i  cartelli di divieto. Di notte anonime mani aduse ad impugnare penne usavano tronchesi per ripristinare l’accesso perduto. Questa lotta venne combatutta qualche anno, al quale seguì un periodo di libertà quasi totale. Preludio alla successiva – e definitiva – chiusura. Il Campetto fu asfaltato e reso mercato rionale, temporaneo spostamento di quello di piazza Scotti per via dei lavori di ampliamento. Infine fu trasformato in parcheggio dei mezzi di pronto intervento della Croce Rossa. Per andare a prendere il 44, ora e da allora, bisogna fare il giro lungo.

Quando le giornate si allungavano, da Aprile in poi, le partite iniziavano per le quindici, quindici e trenta. In quel periodo ben pochi frequentavano piscine e palestre. L’unica concorrenza vera era il catechismo, che però mieteva i suoi successi nei mesi invernali. Da maggio in poi, liberatosi dell’incubo delle Prime Comunioni, il Campetto prendeva la sua definitiva rivincita, aggregando i ragazzini del vicinato come il migliore degli oratori. Fatti i pochi compiti mi affacciavo dal balcone del salotto dal quale potevo vedere – pur parzialmente coperto dalla grande magnolia del giardino di fronte – se qualcuno era già intento a fare le squadre. “Ma’, scendo” ed ero già di sotto.

Il campo – il Campetto – si presentava piuttosto duro. La zona centrale era libera da erbacce, le tante partite avevano avuto l’effetto di cancellare ogni forma vegetale dal fondo. Viceversa, più ci si avvicinava ai bordi giocabili più aumentava la quantità di ciuffi verdi. L’area era stata sostanzialmente ripulita da oggetti pericolosi. Anni di partite avevano contribuito ad eliminare sassi troppo grandi e oggetti taglienti. Il terreno stesso era però l’insidia più grande. Soprattutto nei mesi estivi era secco e duro, mettendo a dura prova mani, ginocchia e gomiti che finivano inevitabilmente scartavetrati nelle cadute.

Io giocavo in porta e la mia divisa da gioco ne era la degna conseguenza. Maglietta nera a maniche lunghe, sempre la stessa, vecchi pantaloni della tuta, che se si bucavano non era un problema, calzettoni da gioco rigorosamente indossati sopra la tuta, pantaloncini corti – che facevano apparire l’insieme maggiormente professionale. A protezione delle ginocchia delle improbabili ginocchiere tonde da pallavolista ed un residuo di veri guanti da portiere per le mani.  Ero uno dei pochi sicuri di giocare perche ero uno dei rari portieri da campetto che si buttava. Buttarsi faceva tutta la differenza del mondo, li al campetto. Evocava gesta da figurine Panini, urli in stadi mai frequentati, descrizioni dettagliate sul giornale del lunedi. Non evocava certo immagini, che le partite in televisione erano merce rara. Dall’altra parte del Campetto, a difendere la porta avversaria, c’era saltuariamente Raniero detto Ragno, un ragazzino cresciuto in fretta, dal fisico ingombrante. Parlava poco e talvolta si impuntava, una lieve balbuzie che non contaminava la sua simpatia dirompente. C’era tra noi il rispetto reciproco di chi fa lo stesso, sporco mestiere. Ci buttavamo.

Ovviamente per un portiere era fondamentale la porta. Questo oggetto sconosciuto e invisibile, immaginariamente costituita da due montanti verticali che si ergevano da un maglioncino e che ad un’altezza indefinita venivano uniti da una aereiforme traversa. Il tiro avversario, a meno che non fosse rasoterra e ben al centro della porta, era sempre soggetto ad interminabili trattative : era alto, il portere ha saltato ma non c’è arrivato; è palo – con le variazioni palo fuori e palo dentro. D’altra parte le stesse discussioni avvenivano quando la palla usciva dal campo. Infatti, non essendoci linee che delimitavano l’area di gioco, a definire se la palla era uscita o meno era solo la discrezionalità e la personalità dei giocatori. A meno che un rimpallo non mandasse la palla giù per la piccola scarpata. In tal caso era certo fallo laterale.  Per non parlar degli eventuali rigori, che, in assenza di arbitro, replay e linee dell’area, erano praticamente inassegnabili. A meno di falli di mano evidenti e volontari sulla linea di porta e – beninteso – al centro della medesima.

Per un breve periodo, il volgere di una estate, nel campetto comparirono due porte vere. Cioè vere mica tanto. Erano fatte con tre filagne ben levigate, unite tra loro da qualche genitore volenteroso. I pali erano saldati alla traversa con delle lamelle metalliche fissate a squadra. Il tutto, appena montato, appariva solido ed indistruttibile. Ma le intemperie e qualche vandalo fecero presto tramontare quella luce di professionismo dal nostro Campetto. L’estate delle porte vere. Cedette prima quella lato est, rimase in piedi solo il palo alla destra del portiere. L’altra resistette qualche solo qualche settimana in più. Peraltro la novità della porta aveva introdotto alcune modifiche regolamentari alle naturali e mai discusse regole del gioco. Ad esempio, quando si giocava senza un portiere fisso e si cambiava ruolo “a gol fatto o subito”, l’altezza del giocatore che subentrava nel ruolo di estremo difensore diventava fondamentale. Se il ragazzino era  sufficientemente alto e saltando riusciva a toccare la traversa, allora era gli attaccanti erano liberi di indirizzare il loro tiro in tutta l’area di porta. Se il novello Jascin era piccolino allora i tiri troppo alti non valevano – se pur all’interno dello specchio delimitato dalle tre filagne. Una sorta di compensazione regolamentare che uniformava le altezze dei giocatori. Ma che, ovviamente, provocava discussioni accesissime.

Alcune partite, senza tempo di gioco, erano più belle di altre. Quando c’era un pallone di buona qualità, di una plastica compatta ed abbastanza pesante. Del cuoio nemmeno l’ombra. Che se c’era solo il supertele non si iniziava nemmeno e si mandava qualcuno a farsi prestare un pallone migliore. O quando c’erano in campo entrambi i portieri veri – che si buttavano – che le partite avevano risultati meno roboanti. O quando i giocatori abituali del campetto, coloro che abitavano tra via Dionisi e via Agnelli, venivano sfidati da qualcuno che veniva da più lontano. Addirittura da via Valtellina!

In tal caso le partite assumevano quasi un contorno di ufficialità, ci si scambiavano informazioni tecnico-tattiche coi compagni, si definivano i ruoli. Addirittura ci si accordava per indossare una maglietta di uno specifico colore che cosi ci si riconosceva. Era in gioco l’onore del Campetto, e batterci non era facile. Certo, a volte arrivavano i temibili calabresi, una schiera di ragazzini tra i sette e i dodici anni, tutti fratelli e cugini tra loro. Arrivavano in gruppo, tutti in canottiera a costine bianche, di altezze varie e tutti ricci e neri di pelo. Avevano fama di essere attaccabrighe e di giocare in maniera poco ortodossa, cosi che nelle partite contro di loro giocavano solo i più prestanti fisicamente. Forse erano solo intimiditi dall’impatto con la metropoli e si muovevano in gruppo per darsi coraggio e provare ad imporsi nel nuovo ambiente. Altre volte si presentava un gruppo di ragazzini che arrivavano al seguito di Battistini, il quale indossava sempre una maglia arancione e che prendeva il soprannome dalla via dove abitava, una traversa di via Agnelli. Li chiamavamo olandesi e chissà se tutti ne sapevamo il motivo.

Che fossero i calabresi o gli olandesi erano sempre partite tiratissime, nelle quali emergevano le prime ruvidità disciplinari. Qualche calcione gratuito, qualche spinta, un paio di volte perfino un inizio di rissa. Eccesso di testosterone che, non potendo ancora sfogarsi come natura comanda, ci faceva sentire tutti un più aggressivi e un po più maturi. E solidali, che invece dei soliti insulti seguenti errori grossololani, incoraggiavamo i nostri compagni di squadra. Dai che va bene cosi. Non ti proccupare. Riprovaci. Insomma un approccio da grandi.

Dalla parte di via Dionisi, all’altezza dell’area di rigore, a pochi metri dall’ingresso del Campetto, c’era un olmo gigantesco. Era il nostro riparo nei pomeriggi d’estate, quando faceva troppo caldo per inizare a giocare dopo pranzo e si aspettava che calasse un poco il sole. Era li sotto che si facevano le squadre. Tutti i ragazzini intorno ai due più rappresentativi, uno dei quali era normalmente il proprietario del pallone. Bim-bum-bale-giù ed iniziava la scelta dei giocatori, momento nel quale essere chiamati tra i primi era motivo di virile orgoglio. Chi vinceva la conta sceglieva il primo compagno di squadra tra tutti i presenti. O sceglieva il più bravo – a suo giudizio – o l’amico col quale voleva giocare. Poi toccava scegliere all’altro capitano. E cosi via fino all’esaurirsi delle scelte.  Era ovviamente disonorevole essere scelti per ultimi, peggio ancora se – in presenza di una quantità dispari di giocatori – scelti in alternativa alla palla. Già, perchè quando rimaneva un solo giocatore da scegliere, o lo si metteva nella propria squadra, o si prendeva palla e porta, si poteva cioè scegliere da che parte del campo si sarebbe schierata la propria squadra e si sarebbe battuto il primo calcio di inizio. Onta terribile che veniva sottolineata dalla domanda che il perdente la conta faceva : palla o scarto?

Per chi non era presente alla conta per le squadre ed arrivava al Campetto a partita iniziata, la procedura per entrare in campo era più complicata. Prima di tutto bisognava essere fortunati e trovare qualcun’altro che attendeva di giocare. In tal caso si poteva entrare, uno da una parte e uno dall’altra per mantenere inalterata la consistenza numerica delle squadre. Nel caso – più frequente – in cui si aspettava da soli, si sperava che qualcuno lasciasse il campo di propria volontà. Come detto gli impegni pomeridiani erano rari, ma poteva sempre capitare qualche visita agli zii o una mamma ansiosa che voleva il proprio figlio a casa. Si attendeva pazienti, seduti su una panchina che venne piazzata sotto l’olmo contemporaneamente alle porte e che resistette più a lungo, prima di finire ad alimentare un camino. A volte si attendeva inutilmente perchè il proprietario del pallone se ne andava, lasciando le due squadre senza il necessario per giocare. Un’altra ipotesi non infrequente per entrare a partita in corso era che una delle due squadre stesse soccombendo nettamente e necessitasse di rinforzi. In tal caso, all’ennesimo goal subito, il giocatore in attesa veniva fatto entrare per rinforzare la squadra perdente. Ma non era normalmente una soluzione gradita.

Le parite si svolgevano osservando il regolamento non scritto che era valido per tutte le competizioni calcistiche da strada:

  • Ogni tre calci d’angolo si aveva diritto a tirare un rigore.
  • La palla non si poteva prendere con le mani.
  • Non esisteva fallo laterale se la palla era giocabile.
  • In caso di portieri volanti non si poteva tirare in porta da prima di centrocampo.
  • Si cambiava il portiere ad ogni goal fatto o subito.
  • Il più grosso aveva ragione.
  • Il padrone del pallone aveva più ragione del più grosso.
  • Era punizione solo in caso di morte del giocatore avversario.
  • Era rigore solo in caso di doppia morte del giocatore avversario.
  • La partita finiva quando il proprietario del pallone annunciava “ a rega’ chi fa questo ha vinto!”

Per il resto qualunque aberrazione tecnico- stilistica era valida.

Quei ragazzini oggi sono dei cinquantenni. Sparsi al vento della vita, qualcuno ha avuto successo, qualcuno meno, qualcuno non c’e più. Pochi anni dopo qualcuno si è iniettato eroina, qualcuno si è laureato, qualcuno vive oltreoceano. Qualcuno lavora in banca, qualcuno rapina banche, qualcuno è rapinato dalle banche. Qualcuno guarda al passato con rimpianto, qualcuno al futuro con speranza e qualcuno al presente con preoccupazione.  A volte mi sembra di vedere un calabrese, o un olandese. Battistini, il Tempesta, Ragno. Sbucano fuori dalla confusione e gridano. Buttati!  E io mi butto.

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