Le avventure di Lorenzo nella Città dei Gatti

Capitolo 1 – Lorenzo

C’era una volta un bambino.

Sapete, se una favola non comincia con c’era una volta allora non è proprio una favola. Magari è una storia, un racconto. Potrebbe essere un romanzo addirittura. Ma non può essere una favola. Ma questa comincia con c’era una volta e allora è proprio una favola.

C’era una volta un bambino. Che avrebbe potuto chiamarsi in qualsiasi modo, perchè di bambini come lui, in una famiglia come la sua, ce ne sono tanti in tutto il mondo. Avrebbe potuto chiamarsi Alfredo, Berta, Corrado, Dante, Emilia, Giovanni… o ancora Helga, Italo, Lucia, Maurizio, Nina, Oscar… oppure Paola, Quirino, Renato, Sandra, Tiberio. O infine Ugo, Valter o Ziliana. E invece si chiamava Lorenzo, o Lorenz come piaceva a lui farsi chiamare.

Lorenzo era un bambino normale, in una famiglia normale, che viveva in una casa normale. Insomma, normale… che cosa poi significa normale io proprio non saprei. Lui aveva una mamma ed un papà e questo è normale. Però è normale anche se hai solo la mamma, o solo il papà. E’ solo che sei un po’ più fortunato se hai sia la mamma che il papà. Lorenzo viveva in una casa normale. Cioè normale perchè aveva una cucina dove mangiavano, un soggiorno dove giocavano o guardavano la televisione e una camera dove dormivano. Ma anche se avessero avuto la casa come gli indiani d’america, un tepee, sarebbe comunque stata una casa normale perchè casa è il posto dove ti vuoi bene. E poi avevano anche una stanza di sotto dove il papà di Lorenzo lavorava, che lui invece di andare in ufficio stava tutto il giorno a casa a lavorare. Ma non a lavorare nelle cose di casa. Ma nelle cose dell’ufficio, solo che invece di andare in ufficio andava nella stanza di sotto. Anche la mamma di Lorenzo lavorava. Si alzava la mattina presto, metteva a posto la casa, la avviava come quelle vecchie automobili che richiedono di essere accese e riscaldate prima di mettersi in movimento. Ecco, la mamma di Lorenzo metteva in moto la casa. Preparava da mangiare, mandava la prima lavatrice della giornata, si beveva diversi caffè e scriveva su tanti piccoli pezzi di carta le istruzioni sul da farsi per chi fosse rimasto poi a casa. Cioè il papà di Lorenzo o la signora Antonella. Poi, dopo aver preparato tutte queste cose, si vestiva e andava in ufficio. E tornava la sera. Tornava la sera eccetto il venerdi, quando riusciva ad uscire prima per andare a prendere Lorenzo a scuola.

Come tutti i bambini, infatti, anche Lorenzo andava a scuola. Passava lo scuolabus a prenderlo tutte le mattine. Quando si svegliava, Lorenzo faceva subito colazione, latte e cereali a pallina o talvolta a barchetta. Poi si lavava, spesso con l’aiuto di Antonella, una signora che veniva ad aiutare il papà e la mamma di Lorenzo. Poi di corsa, che spesso faceva tardi, percorreva il vialetto che dal piccolo giardino di casa sua portava fino al punto dove lo scuolabus si accostava per far salire lui e i bambini che andavano a scuola insieme a lui.

Quel giorno, il giorno in cui questa favola inizia, Lorenzo era più stanco del solito. La sera prima infatti aveva insisitito per rimanere alzato fino a tardi per vedere alla televisione il suo cartone animato preferito, quello con le macchine che parlano. Era stato incurante dei continui richiami della mamma che gli aveva ripetuto “Vedrai domattina, farai fatica ad alzarti! Mi farai disperare” e ai rimbrotti del papà che gli diceva “La sera leone la mattina dormiglione! Se domani mattina non ti alzi subito ti faccio il sederino rosso come quello delle scimmie bertucce.” Ma lo diceva ridendo, che di scapaccioni non gliene dava mai. Insomma quella mattina Lorenzo prese lo scuolabus di corsa, assonnato. Aveva lo zainetto sulle spalle, dentro c’era la merenda che gli aveva preparato la mamma e il necessario per colorare. E ovviamente c’era Lilla, la sua inseparabile copertina a buchi. Si addormentò prima di arrivare a scuola.

Capitolo 2 – Lo scuolabusIMG_2287

Quando Lorenzo si svegliò si rese subito conto che qualcosa non andava. Era seduto nella penutima fila dello scuolabus, la fila dove si metteva seduto ogni mattina accanto a Martina, una bambina bionda che a lui piaceva molto perchè stava sempre zitta. Riconosceva la fila al volo perchè sullo schienale del sedile che aveva di fronte c’era un grosso buco nella tappezzeria dal quale usciva l’imbottitura in gommapiuma. Era di certo seduto sul solito sedile perchè riconosceva il buco. Aveva la guancia sinistra appoggiata al vetro del finestrino. Doveva essersi addormentato profondamente perchè non si era accorto che il piccolo pulmino giallo si era fermato in mezzo alla campagna. Dal punto in cui era seduto non vedeva bene chi ci fosse nelle file davanti. Vedeva solo che il posto accanto al suo era vuoto, Martina evidentemente era scesa. Non sentiva nulla, come se lo scuolabus fosse deserto. Pensò di alzarsi per dare un occhiata. Sapeva che avrebbe trasgredito una precisa consegna di Nadia, l’assistente della scuola che si occupava dei bambini durante il trasporto. “Ci si alza solamente quando si arriva a scuola.” Lorenzo sapeva di rischiare una sgridata da Nadia per essersi alzato ma, dopo aver esitato qualche secondo, decise di alzarsi comunque.

Non c’era nessuno, nello scuolabus non c’era nessuno. Era deserto, il motore spento. Il posto di guida vuoto. Il posto accanto, quello di Nadia, vuoto. Tutti gli altri posti a sedere dello scuolabus erano vuoti. Lorenzo non si allarmò, era un bambino che non si spaventava nemmeno se vedeva i mostri in televisione. Era incuriosito, questo si, perchè non gli era capitato mai di essere sul pulmino da solo. Era già capitato che lo scuolabus si fermasse in qualche punto prima di arrivare a scuola. Dopo la fermata davanti a casa di Lorenzo il pulmino si fermava altre due volte per far salire gli ultimi bambini del giro, ma erano soste veloci, a motore acceso, il tempo di far salire i bambini e via. Una volta si era fermato sulla strada che portava a scuola, il motore si era rotto, fumava e dovettero aprire tutti i finestrini per far uscire la puzza. Ma nessuno era sceso a vedere cosa succedeva, Nadia aveva detto che era troppo pericoloso e che c’erano tante macchine.

Un’altra volta lo scuolabus si era fermato davanti ad un bar e l’autista era sceso per andarsi a prendere qualcosa. Aveva sonno e Nadia gli fece prendere due caffè, che doveva svegliarsi bene. Ma anche in quel caso tutti i bambini erano rimasti a bordo, chi chiacchierava, chi giocava con le figurine, chi guardava fuori e sognava le vacanze.

Insomma non era mai capitato che Lorenzo si trovasse da solo nello scuolabus. Decise dunque di fare qualche passo verso l’uscita del pulmino. La porta anteriore, quella da cui i bambini entravano ed uscivano e davanti alla quale era normalmente seduta Nadia, era aperta. Lorenzo scese i due gradini e saltò giù. I suoi piedi atterrarono sull’erba di un campo che non riconosceva. Non gli sembrava di conoscerlo, di certo il pulmino era la prima volta che ci si fermava.

Girò intorno allo scuolabus per vedere se par caso Nadia e gli altri bambini fossero nei paraggi. Fece due giri completi fino a tornare al punto di partenza, davanti alla porta del pulmino giallo. Ma non vide e non sentì nessuno.

Si sedette sull’ultimo gradino con le gambe che penzolavano di fuori. Dove erano andati tutti? Perchè non lo avevano svegliato? Quando sarebbero tornati? Che ora era? Di certo stava facendo tardi a scuola e questo non gli piaceva. Lo avrebbe raccontato a mamma e papà. Attese parecchio. In realtà non sapeva quanto avesse aspettato, potevano essere pochi minuti come diverse ore. A Lorenzo sembrava molto, il tempo intorno al pulmino scolastico si era fermato, le grandi lancette del Tempo non si muovevano. Non sapeva esattamente cosa stesse aspettando, forse che Nadia tornasse, forse che qualcuno si facesse vivo da quelle parti.

Quando decise che era troppo stanco di aspettare scese dal pulmino e iniziò a percorrere qualche passo verso la piccola stradina che passava a pochi metri dallo scuolabus.

Mentre faceva i primi passi si rese conto che gli mancava qualcosa. “Lilla!” esclamò e tornò precipitosamente dentro il pulmino, corse al suo posto e si rilassò solo quando trovò il suo zainetto, con dentro la sua copertina Lilla, attaccato al pomolo del posto sul quale era seduto precedentemente. Si infilò lo zainetto sulle spalle e lasciò lo scuolabus, deciso finalmente a capire dove fosse andati tutti gli altri.

 

Capitolo 3 – La città dei GattiSAM_0006

Arrivato che fu sulla stradina decise di andare verso destra, che era in discesa ed avrebbe fatto meno fatica. Tanto non sapeva cosa ci fosse nè a destra nè a sinistra, quindi una direzione valeva l’altra. La stradina era ben tenuta, pulita e larga abbastanza per farci passare una macchina. Non sembrava però che ci fossero passate molte macchine recentemente perchè non sentiva l’odore di benzina. Non c’erano poi cartelli stradali né segni di copertone sull’asfalto. Era una strana stradina, come fosse stata appena costruita e non si fosse fatto a tempo a sporcarla. Lorenzo aveva come l’impressione di essere il primo a camminarci sopra. Percorse la stradina per qualche minuto, poi la strada prese a salire.

Gli alberi intorno regalavano un ombra perfetta.

Dal punto in cui Lorenzo si era fermato si vedeva il termine della salita, affacciandosi verso la valle sottostante. Dal quel punto, pensò Lorenzo, dovrei ben vedere cosa c’è laggiù. Affrettò quindi il passo, curioso di scoprire dove portasse la strada che stava percorrendo.

Quando arrivò in cima, gli ci erano voluto solo pochi minuti, Lorenzo si tranquillizzò. Non era molto nervoso, in verità, ma era comunque la prima volta che camminava da solo senza che la mamma o il papà gli tenessero la mano. Era orgoglioso di se stesso. Si era tranquillizzato perché da lassù si vedeva una piccola cittadina la cui parte più vicina distava solo poche centinaia di metri. Certamente Nadia e i bambini del pulmino erano laggiù. Percorse quella poca distanza quasi correndo, sicuro di trovare i suoi amici rapidamente. Si fermò all’ingresso del paese. Era stata una corsa breve ma aveva bisogno di riprendere fiato. Si sedette qualche minuto all’ombra di un grande albero, le cui  foglie erano grandissime e i rami più bassi quasi toccavano terra.

Appena si sentì pronto entrò nel piccolo paese senza troppo guardarsi intorno. Era un normalissimo paese. C’erano negozi, una chiesa, diverse case, un edificio che sembrava una scuola. Non c’erano macchine nè altri mezzi di trasporto ma Lorenzo non ci fece troppo caso. Era rimasto colpito da una signora che era uscita da un negozio con la busta della spesa.

Cioè era vestita come una signora. Ma era un gatto! O meglio una gatta! Mentre si stava riprendendo dalla sorpresa vide un tizio arrivare dalla sua parte. Era vestito in maniera elegante, aveva una bella giacca di velluto nero e dei pantaloni della stessa stoffa… dai quali usciva una bella e lunga coda… di gatto!

Lorenzo si voltò per osservare meglio cosa accadeva nella piazza che aveva di fronte. Non c’era molto movimento, forse per l’orario o forse per il caldo. Ma tutti coloro che entravano e uscivano dai negozi, camminavano per la strada o aprivano le porte delle case… erano gatti. Senza dubbio, senza dubbio alcuno.

Incuriosito dalla strana situazione gattesca, continuò la strada senza dire parola ad alcuno. Si stava avvicinando ad un edificio grande e dove sembravano convergere i movimenti di tutto il paese. Sull’apice del grande edificio, la cui facciata era triangolare, c’era un grande orologio e la scritta Stazione. Nella parte bassa c’erano diversi ingressi dai quali poteva entrare nell’edificio. Da questi ingressi entravano ed uscivano decine di individui. Tutti gatti. Tutti indaffarati, come può essere indaffarato un gatto, si muovevano sinuosi e veloci. Chi spingeva una carrozzina con un bel gattino neonato dentro, chi correva veloce per non perdere il treno, chi si stringeva la mano, la zampa. Chi si abbracciava salutandosi. C’erano carrettini che vendevano colazioni da viaggio, la biglietteria, il giornalaio. C’erano gatti in uniforme da impiegati delle ferrovie e capitreno gatti con la paletta rossa ed il fischietto in bocca che aspettavano per dare il segnale di partenza. Era una stazione, normalissima. Brulicava di attività come ogni stazione che si rispetti. Ma era piena di gatti e solo di gatti. Di ogni tipo e colore, rossi, macchiati e neri, grigi e col pelo lungo, bianchi come la luna o striati. Alcuni corpulenti e pesanti, altri magri e scattanti. Ma inequivocabilmente gatti.

Capitolo 4 – La casa20180216_145447

Lorenzo uscì dalla stazione perplesso. In che razza di paese era finito? La mamma e il papà avevano talvolta nominato paesi che non erano il suo, quello dove abitava e andava a scuola. Ma mai aveva immaginato che questi paesi potessero essere abitati da animali, gatti per giunta! Era talmente una cosa inattesa che non sapeva come comportarsi. Se fosse stato in un paese normale, nel suo paese, Lorenzo avrebbe perfettamente saputo come comportarsi. Aveva istruzioni ben dettagliate su cosa fare in caso si fosse smarrito. Erano istruzioni che gli erano state date in passato, quando insieme ai genitori era andato in qualche luogo affollato. Una grande piazza dove c’era un palco e tante persone che ascoltavano un cantante. A lui non piaceva molto quella musica ma ai suoi genitori sembrava piacere davvero molto. Erano allegri, ballavano ed erano felici. Anche lui era felice, quando i suoi genitori ridevano per Lorenzo era festa. Un’altra volta era andato con suo padre in un posto dove c’era una folla incredibile. Erano stati seduti per un paio d’ore, mangiando panini con la frittata. Le persone che erano sedute accanto a loro erano vestite tutte dello stesso colore e alcune avevano una bandiera. In basso c’era un prato verde e Lorenzo aveva chiesto a suo padre come mai loro stavano facendo un picnic seduti su degli scomodi seggiolini mentre quel bellissimo prato verde era vuoto. Suo padre aveva riso molto e Lorenzo anche. Quando suo padre rideva per Lorenzo era festa. Poi erano entrate delle persone ed avevano iniziato a giocare a pallone. Anche a Lorenzo sarebbe piaciuto giocare ma suo padre non lo aveva mandato sul prato. Poi, improvvisamente, tutte le persone avevano strillato insieme, erano come impazzite di gioia. Lorenzo era stato abbracciato e baciato da diversi sconosciuti ma suo padre non sembrava preoccuparsene. Era felice.

In quelle occasioni Lorenzo aveva ricevuto istruzioni precise. Se si fosse trovato da solo, senza papà o senza mamma, avrebbe dovuto trovare senza indugio qualcuno che indossasse un uniforme. Un poliziotto, un carabiniere. Qualcuno al quale lui avrebbe dovuto dire come si chiamava e che si era perso, non trovava il papà e la mamma. Di certo il poliziotto o il carabiniere avrebbe saputo come risolvere il problema trovando i suoi genitori.

Ma ora a chi avrebbe dovuto chiedere? Qualche uniforme c’era, ma dentro c’era un gatto! E poi cosa avrebbe dovuto dire? Che non trovava mamma o papà? O avrebbe dovuto chiedere di Nadia e dei suoi compagni dello scuolabus? E poi… come avrebbe parlato al gatto? Suo padre scherzava sempre, dicendo che parlava il gattese. Quando incontravano un gatto suo padre faceva un miao prolungato. Di solito il gatto mostrava un qualche interesse e il padre di Lorenzo iniziava a fare miagolii strani. Poi traduceva lo strano discorso a Lorenzo. Il bambino non credeva davvero che il padre parlasse il gattese ma ne era divertito. Lorenzo avrebbe voluto che in quel momento ci fosse il padre con lui. Gattese o non gattese di certo avrebbe saputo come uscire da quella situazione e come trovare Nadia. O come tornare a casa.

All’uscita della stazione c’erano due gatti in uniforme gialla. Erano seri e grossi e scrutavano tutti coloro che passavano. Avevano uno sguardo attento come solo lo sguardo di un gatto può essere attento. Avevano le orecchie dritte e gli occhi leggermente socchiusi. La testa si muoveva lentamente a destra e sinistra, ma se qualche rumore più forte attirava la loro attenzione allora la testa scattava e loro ne identificavano la fonte. Mentre si stava chiedendo se avvicinarsi o meno ai due gatti in uniforme gialla, sentì una voce dietro di lui.

“Hai una strana aria. Devi esserti perso. O forse cerchi qualcuno.”

Lorenzo si girò lentamente, convinto di trovarsi di fronte uno dei suoi amici o, comunque, una persona. Insomma non si aspettava di trovarsi di fronte un gatto. Era un bel gattone rossiccio, col pelo lungo e una macchia bianca sotto il collo. Nonostante la mole si muoveva con la tipica agilità felina.

“Ma te… parli!” Lorenzo espresse la sorpresa con le prime parole che gli vennero in mente.

“Certo che parlo, perchè non dovrei? Sei uno strano gatto sai? Pochi peli e niente baffi.”

Lorenzo pensò immediatamente di non dire al gatto che lui, Lorenzo, non era un gatto. Cioè, era chiaro che lui, Lorenzo, non era un gatto. Almeno era chiaro a Lorenzo.

“Sto cercando i miei amici, dovrebbero essere da queste parti, ma non li trovo. Sono appena arrivato in questo paese e non li ho ancora trovati.” Mentre parlava si accorse che la sua voce era diversa dal solito. Era più stridula, faceva delle pause e accompagnava le parole con dei gesti della bocca. Sembrava miagolasse. Era come faceva suo padre quando parlava gattese, ma gli veniva naturale.

“Non credo che li troverai qui. E non credo che li troverai ora, sta per diventare notte ed è ora di andare a casa. Di notte tutti gatti sono grigi e non ci si riconosce. Dove abiti?” Il gatto era amichevole e sembrava sinceramente interessato a Lorenzo.

“Veramente non abito da nessuna parte. Ho paura di non saper dove andare stanotte. E ho anche fame.”

“Allora, una cosa alla volta. Per dormire posso aiutarti io, vicino casa mia c’è un posticino tranquillo dove potresti stare per un po’. Per mangiare non c’è problema. Basta pagare. Di ristoranti è pieno il paese. Soldi ne hai?” Il gatto rossiccio si lecco i baffi. Evidentemente parlare di mangiare gli aveva fatto venire la voglia di uno spuntino.

Lorenzo si ricordò che nello zainetto aveva il suo piccolo portafoglio che conteneva le monete che gli aveva portato il topolino quando gli era caduto il primo dente. Non ne conosceva il valore esatto ma era certo che fosse una piccola fortuna. La mamma diverse volte aveva lodato la generosità del topolino.

“Si, soldi ne ho. Magari allora prima ci sistemiamo e poi andiamo a mangiare.”

Lorenzo si sorprese a leccarsi i baffi mentre pronunciava quelle parole, anche se in realtà si leccava le labbra, che di baffi non ne aveva.

20180405_101510Capitolo 5 – Isoscele

 

E cosi fu che Lorenzo si trovò a spasso per la città con un nuovo amico, o forse dovremmo dire un nuovo amicio.

Il gatto rossiccio lo guidava per i vicoli con sicurezza, saltellando qua e la con composta pigrizia.

“Non so nemmeno come ti chiami” disse ad un certo punto Lorenzo, quando si rese conto di non conoscere il nome della sua guida.

“Isoscele, mi chiamo Isoscele.” Il gatto rossiccio si sedette  rannicchiando le gampe posteriori sotto il corpo e tenendo ben dritte le zampe anteriori.

“E te? Come ti chiami?”

“Io mi chiamo Lorenzo.”

“Che nome stranissimo che hai! Non l’ho mai sentito. Sei sicuro che sia un nome da gatto?” Isoscele era vivamente meravigliato del nome del suo nuovo amico. O forse dovremmo dire del suo nuovo amicio.

“Da dove vengo io tutti hanno nomi così, io mi chiamo Lorenzo perchè mio nonno si chiama Lorenzo. I miei compagni, quelli che sto cercando, hanno nomi simili: Matteo, Andrea, Francesco, Ilaria. La signorina del pulmino si chiama Nadia.”

“Caro Lorenzo, fai discorsi ben strani. Signorina, pulmino… e poi nomi che nessun gatto porterebbe con piacere. Ma forse nel posto dove vieni te queste cose sono normali. Qui i nomi sono diversi. I miei amici si chiamano Virgola, Ciottolo, Macchia, Napoleone… questi sono nomi da gatto!”

Così conversando la strana coppia era arrivata a destinazione. La piccola casa che avevano di fronte era il luogo dove Isoscele voleva far passare la notte a Lorenzo. Era una casa dall’aspetto tranquillo, con il muro esterno fatto di blocchi di pietra scura. Aveva di fronte un giardinetto ben curato, con una rigogliosa siepe in gelsomino. Isoscele si appoggiò con le due zampe anteriori alla piccola porta in legno che si aprì facilmente. All’interno c’era un piccolo soggiorno, con  un comodo divano e un tavolo. Nella stanza accanto un materasso era appoggiato direttamente sul pavimento pulito.

“Qui starai benissimo.”disse Isoscele “Al riparo e al calduccio. Io sto di fronte, appena dall’altra parte della strada”

“Ma di chi è questa casa” chiese Lorenzo.

“Come di chi è? Che domanda! Di chi ci dorme. Di chi vuoi che sia?” Isoscele guardava Lorenzo in modo curioso. Era davvero un gatto strano questo Lorenzo, pensava Isoscele, senza baffi e col pelo cosi corto che sembrava quasi non averne. E faceva delle domande cosi strane!

“Ma forse volevi chiedere se normalmente ci dorme qualcuno! Beh, a volte in passato ci veniva Pupo, ma ora dorme dall’altra parte della città. Da quando si è fidanzato non capisce più nulla. Ora non ci dorme nessuno qui, quindi, se vuoi, puoi starci te.” Isoscele fece per uscire dalla casa.

“E per mangiare?” gli ricordò Lorenzo.

“Facciamoci un riposino ora, che è ancora presto. Anche se in realtà non è mai troppo presto per uno spuntino. Ti passo a chiamare tra un po’.” Isoscele salutò Lorenzo con un veloce movimento della coda e con un paio di salti era dall’altra parte della strada. Entrò in una casetta rossa da una delle finestre aperte del piano terra, si guardò intorno sospettoso come sempre, fece un giretto per la stanza e poi, come in un danza, iniziò a gattonare in cerchi concentrici sempre più piccoli finendo per acciambellarsi sul morbido tappeto sotto di lui. Si addormentò all’istante, o cosi sembrava guardandolo. dall’esterno.

Capitolo 6 – I giorni della settimana

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Nel frattempo Lorenzo si era sistemato nella casetta di pietra. Aveva aperto il suo zainetto, ne aveva tratto matite colorate e blocco da disegno e li aveva messi sul tavolo. Di certo avrebbe fatto un bel disegno che avrebbe poi dato alla mamma appena… già… quando avrebbe potuto dare il disegno alla mamma? Lorenzo era tranquillo, sapeva che avrebbe presto ritrovato Nadia e i suoi amici e che insieme a loro sarebbe tornato a casa.

Si sedette al tavolo e prese dallo zainetto la merenda che la mamma gli aveva preparato quella mattina. Un bel panino morbido ripieno della marmellata di Rodolfo, lo gnomo che produceva tutte le cose che aveva imparato a mangiare da quando andava a scuola. La marmellata, il miele, la frutta. Aveva sete e così prese il succo di frutta alla pera con la cannuccia che la mamma metteva sempre insieme al panino, ogni mattino. Poi prese la carta argentata con la quale era incartato il panino e ne fece una palla. Se la passava da una mano all’altra simulando un gioco. Si stava annoiando. Se fosse stato a casa avrebbe avuto i suoi giocattoli o forse avrebbe visto un po’ di cartoni animati su uno dei tanti canali che trasmettevano solo programmi per bambini. Prese Lilla, la sua copertina a buchi e si mise il pollice in bocca. Si sentì immediatamente più tranquillo, l’odore familiare della copertina aveva avuto il solito effetto. Pensò di fare un riposino, in fondo la giornata era stata stancante, ma non aveva sonno. Allora prese il blocco di carta e le matite, le dispose ordinatamente sul tavolo e si mise a disegnare.

Il tempo passò cosi, pensando e disegnando. Stava finendo di colorare di azzurro il cielo quando da dietro di lui sentì una voce.

“Sei bravo, invece di quel nome strano che hai dovresti chiamarti Giotto. Quello si che sarebbe un nome da gatto!”

“Isoscele! Ma da quanto sei qui? Non ti ho sentito arrivare.” Lorenzo vide il muso del gatto rossiccio proprio dietro di lui.

“Stavi iniziando il disegno e mi è piaciuto guardarti mentre lo facevi. Mi piacciono i colori anche se non sono bravo a disegnare. Io sono bravo con i numeri. Ma te lo racconto mentre andiamo a mangiare. Che ho un certo appetito.” Isoscele si lecco i baffi mentre parlava di mangiare. Lorenzo si trovò a fare lo stesso, anche se non aveva i baffi.

Uscirono dalla casa e si diressero verso il centro del paese. Isoscele stava pensando a cosa mangiare e dove.

“Che giorno è oggi?” chiese a Lorenzo. “Alcuni dei miei posti preferiti non sono aperti tutti i giorni…”

“Non lo so. Ieri sono andato a scuola quindi non era domenica. Forse è martedì.” Lorenzo non aveva ancora imparato bene i giorni della settimana.

“Non ti capisco. A volte usi parole che non conosco. Vediamo… oggi dovrebbe essere… giallo.” Isoscele si fermò un attimo per pensare meglio. “Si, oggi è giallo, ieri era arancione, quindi oggi è giallo.”

“Giallo, arancione… Isocele ma che dici? Quelli sono colori, non giorni!” Lorenzo era confuso.

“Certo che sono colori, sono i colori dell’arcobaleno. Che sono sette, come i giorni della settimana. E ci sono quattro settimane prima che la luna torni piena. E ci sono dodici mesi prima che il sole torni dov’era l’anno prima. Che poi non è proprio cosi, infatti ogni mese ha dei giorni in più ogni quattro settimane per far tornare i conti. Sono i giorni in cui il tempo si riposa, e i gatti anche.”

“Quindi oggi che giorno sarebbe?” chiese Lorenzo sempre più confuso. Ma dov’era capitato? Gatti che parlano, giorni come colori e il tempo che si riposa.

“Oggi è il terzo giallo” disse Isoscele con sicurezza. “Ne abbiamo avuti gia due questo mese, quindi è il terzo giallo.”

“Allora vediamo. Ieri hai detto che era arancione e oggi giallo. E domani che giorno sarà? E gli altri giorni?” Lorenzo era curioso di sapere quali colori avrebbero composto la settimana.

“Facile, per ricordarsi basta guardare l’acobaleno. Rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto.” Isoscele aveva ripetuto i colori dell’arcobaleno o i giorni della settimana come cantando una canzoncina da bambini. Doveva essere il modo con cui i gatti imparavano il nome dei giorni della settimana.

“Ora vogliamo concentrarci su dove andare a mangiare? Inizio ad avere proprio fame.”

 

Capitolo 7 – Al ristorante

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Mentre andavano verso il centro della città Lorenzo iniziò ad essere preoccupato. Stava andando con Isoscele a mangiare in un posto che il gatto rossiccio chiamava ristorante. Ma sarebbe stato lo stesso tipo di ristorante a cui lui era abituato? In realtà non andava spesso al ristorante. Lui mangiava a casa, o alla mensa della scuola. E a dire la verità non sempre mangiava volentieri.

Quando arrivava l’ora di pranzo o di cena Lorenzo era sempre preoccupato. Non amava mangiare se non le cose delle quali era sicuro. Pasta al burro, uova, le polpette che faceva la nonna, il prosciutto cotto. E poche, pochissime altre cose. Non mangiava mai verdure cotte. A dirla tutta nemmeno quelle crude. A scuola, ogni giorno, la maestra controllava che i bambini mangiassero abbastanza. Scriveva su un foglio, che poi appendeva fuori dalla porta della scuola, se i bambini avessero mangiato tutto, quasi tutto, metà, oppure, terribile, nulla di ognuna delle portate che componevano il pasto.

Lorenzo, nella sua tabella attaccata alla porta della scuola, aveva quasi sempre un metà per il primo, ma solo se era pasta in bianco, e un metà per il secondo, ma solo se erano uova o prosciutto. In qualsiasi altra situazione nella sua tabella era scritto “nulla”.

La mamma e il papà chiedevano a Lorenzo tutti i giorni cosa avesse mangiato a scuola e se lui rispondeva il solito nulla si preoccupavano.

“Sacco vuoto non sta in piedi!” diceva suo padre. Che poi, perchè mai un sacco avrebbe dovuto stare in piedi?

“Non cresci abbastanza” diceva la madre.

Lorenzo, per evitare di vedere i suoi genitori preoccupati, aveva a volte pensato di dire delle piccole bugie, visto che tornando con lo scuolabus i genitori non avrebbero avuto la possibilità di verificare. Ma Lorenzo non raccontava bugie e così continuava a mangiare poco e a sentire i rimbrotti dei genitori. L’unica eccezione era il venerdì. Infatti in quel giorno, che nella città dei gatti era il giorno azzurro, la mamma di Lorenzo lavorava solo mezza giornata e così riusciva ad andare a prenderlo a scuola. Lorenzo era felice, vedere la mamma a scuola era bellissimo, ma quando andava a mensa sapeva di dover mangiare un po di più del solito così che sul foglio ci sarebbe stato scritto almeno un “quasi tutto” e la mamma gli avrebbe detto che era stato bravo. Com’era contento quando la mamma lo lodava!

Ora passeggiava con Isoscele e stava andando a mangiare. Ma cosa mai avrebbe potuto mangiare al ristorante dei gatti? I gatti ai quali era abituato lui mangiavano croccantini, una specie di biscottini duri che non avevano un buon odore. Oppure delle scatolette, all’interno delle quali c’era una cosa che assomigliava alla carne. I gatti ne andavano matti, ma Lorenzo non avrebbe mai potuto mangiarne! Piuttosto il digiuno.

“Isoscele, cosa mangiate qui al ristorante?” Lorenzo provò ad indagare.

“Mah, quello che vuoi. Ti portano il menù, scegli, mangi, paghi e te ne vai. Io non ci vado spesso, che i soldi li spendo per i libri e per mangiare al ristorante devo trovare qualche amico che mi offra il pranzo.” Mentre parlavano erano arrivati davanti ad un locale che aveva l’impressione di essere una osteria semplice. I tavoli avevano delle belle tovaglie a quadri, c’erano piatti e bicchieri. Il che non era del tutto scontato, pensò Lorenzo.

Si sedettero ad un tavolo quadrato e un gatto dal pelo nero e cortissimo, magro e sinuoso come solo un gatto sa essere sinuoso, si presentò davanti a loro con il foglio del menù.

“Isoscele, sono contento di vederti! Era tanto che non venivi a trovarmi.”

“Ciao Fiocco” lo salutò Isoscele. Il nome del proprietario era senza dubbio dovuto ad una macchia bianca a forma di fiocco che il gatto aveva proprio sulla fronte.

“Allora, cosa vi faccio mangiare?” Fiocco si preparò a scrivere sul suo blocchetto.

“Per me il solito, spezzatino di fegato e fagiolini.” Isoscele si leccava vistosamente i baffi.

“Io, veramente non saprei” disse Lorenzo, indeciso. “Posso dare un’occhiata al menù cosi mi regolo?”

Fiocco passo il foglio al bambino e rimase in attesa.

Il menù era semplice ma chiaro e ben illustrato. C’erano anche le fotografie dei piatti, cosi era possibile vedere in anticipo come si sarebbe presentato ciò che si era scelto.

Il problema per Lorenzo fu scegliere qualcosa di semplice, che non contenesse sugo o verdure e che si potesse mangiare col cucchiaio visto che Lorenzo non sapeva ben usare il coltello.

“Potrei avere del riso in bianco?” Lorenzo guardò speranzoso Fiocco. Di tutto ciò che c’era nel menu non aveva saputo scegliere nulla.

“Certo. Lo vuoi asciutto o brodoso?” Fiocco sorrise al bambino. Evidentemente Lorenzo non era l’unico a mangiare riso.

“Non troppo brodoso, ma non tutto asciutto. Grazie!”

Fiocco se ne andò in cucina a preparare i piatti per i due amici che nel frattempo parlarono del più e del meno, e visto che Isoscele amava i numeri e le operazioni, parlarono anche del per e del diviso.

Finalmente Fiocco ritornò con i piatti pieni e i due poterono mangiare. Avevano davvero fame!

Quand’ebbero finito Isoscele chiese il conto.

Fiocco si presentò con un pezzo di carta con il prezzo della cena. Lorenzo prese dal suo zainetto le monete che gli aveva portato il topolino dei denti e le diede a Fiocco, sicuro che sarebbero bastate per diverse cene.

Fiocco guardò le monete con curiosità. Le girò diverse volte e poi le restituì a Lorenzo.

“Non hai mica delle liregatte? Non conosco le monete che mi hai dato, e non saprei che farmene. Qui usiamo le liregatte.”

“Veramente no, mi dispiace. Sono le uniche monete che ho.” Lorenzo non aveva nemmeno pensato che le sue monete potessero non essere utili per pagare la cena. Le riteneva un tesoro, le aveva difese dallo smarrimento occasionale, conservandole gelosamente nel piccolo borsellino che gli aveva regalato la nonna e ora, quando finalmente ne aveva bisogno, si rivelavano inutili. Avrebbe protestato col topolino.

“Non ti preoccupare, in qualche modo faremo. In un ristorante c’è sempre qualcosa da fare.” Fiocco sorrise a Lorenzo e lo invitò a seguirlo.

 

Capitolo 8 – La prima notte

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Lavarono i piatti tutta la sera. Lorenzo imparò presto il valore della propria fatica perché ogni piatto lavato Fiocco si riteneva pagato per un dito. Dita che non erano quelle delle mani. Insomma… ogni Liragatta era divisa in dodici Code e ogni Coda era divisa in cinque dita. Quindi per pagare il conto del ristorante, che era di quindici liregatte, dovevano lavare… Lorenzo non lo sapeva, ma Isoscele, che con i numeri era un mago, aveva calcolato all’istante che avrebbero dovuto lavare novecento piatti. Con i relativi bicchieri, si intende.

Quando finirono Lorenzo era distrutto. Aveva un sonno terribile e chiese a Isoscele di accompagnarlo alla casa in pietra, che non era sicuro di trovare la strada. Anche Isoscele era molto stanco, fecero la strada verso la casa in silenzio. Lorenzo era anche preoccupato perché non aveva trovato traccia di Nadia e dei bambini del pulmino. Quando li avrebbe trovati? Quando se ne sarebbe potuto tornare a casa? Isoscele si accorse del momento di tristezza del suo nuovo amico quando, arrivati alla casa, si rese conto che Lorenzo non voleva rimanere da solo. Così, per fare conversazione, gli chiese di raccontargli la sua vita.

Lorenzo, seduto sul materasso che gli avrebbe fatto da letto e con la copertina Lilla a portata di mano, gli raccontò della scuola, degli amici e, ovviamente, della mamma.

“Non è tanto alta, è morbida e accogliente, con il profumo migliore del mondo che è bello metterci il naso e fare la scorta. Che non è un profumo di quelli che stanno nelle bottigliette, è proprio il suo odore. Io ne faccio scorta, così durante la giornata mi sembra di essere con lei. Lavora in ufficio che non so esattamente cosa fa, ma deve essere importante perche torna tardi a casa, che a me manca tanto e mi dispiace che non è a casa a giocare o disegnare, che lei disegna benissimo. Ma basta che mi abbracci e mi baci, basta che io senta il suo profumo e tutto mi sembra più bello e mi posso addormentare tranquillo. Qualche volta torna a casa la sera che già dormo. Lei si avvicina e mi da un bacio. Da quel momento i miei sogni diventano più belli.”

Mentre diceva queste cose si rese conto che la mamma non era li con lui ed ebbe un moto di tristezza. Si mise il dito in bocca.

“E di tuo padre?” gli chiese Isoscele per distrarlo dal pensiero della mamma.

“Lui lavora a casa. Cioè sta sempre di sotto, che a casa nostra c’è un di sotto che di inverno fa freddo ma d’estate fa fresco e si sta bene. Sta sempre al telefono o davanti al computer. Quando parla al telefono parla inglese, che io non capisco quello che dice. E’ alto e quando non si fa la barba pizzica quando mi da i baci, che io gli dico che se la deve tagliare e la mamma mi dice che ho ragione. A volte  sta via per qualche giorno per lavoro, che io non vedo l’ora che torna che mi porta un regalo. Cioè non è che io non vedo l’ora per il regalo, mi basta che torni perché mi racconta le favole di TeoDorino e dei suoi amici Occhio di Lince, Pie’Veloce e NasoFino.

“Quando papà non c’è io dormo con mamma. Insomma, anche quando papà c’è io dormo con mamma, la sera vado a letto, nel mio letto. Ma la mattina, quando mi sveglio, sono nel lettone di mamma e papà. Si vede che in mezzo alla notte mi sveglio e vado nel lettone ma non mi ricordo bene come accade.”

Cosi raccontando Lorenzo si era sdraiato sul materasso, si era portato il dito in bocca e piano piano si era addormentato. Isoscele lo guardò dormire per un po’, poi fece un paio di salti verso la finestra. Si voltò per guardare il bambino dormire, cambiò idea, si riavvicinò al materasso, iniziò la sua danza fatta di cerchi concentrici fino a trovare una posizione comoda vicino al bambino. Per quella notte avrebbe dormito li.

Si svegliarono di buon ora. Il sole era sorto da poco, era ancora basso sull’orizzonte. Quando Lorenzo aprì gli occhi si trovò Isoscele seduto accanto.

“Buongiorno!”

“Ciao Isoscele, buongiorno.”

“Dai sbrigati, alzati che andiamo a cercare i tuoi amici. Ti porto dal Capogatto. Di certo lui ti può aiutare. Sa tutto quello che succede qui da noi, nella Città dei Gatti.”

 

Capitolo 9 – Il Capogatto

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Lorenzo di lavò velocemente, la tipica lavatina del gatto, e raggiunse Isoscele che lo stava aspettando di fuori, sdraiato al tiepido del primo sole.

Se ne andarono trotterellando affiancati verso il centro della città. Lorenzo era curioso e speranzoso allo stesso tempo. Oggi certamente avrebbe ritrovato Nadia e i bambini del pulmino. Ma era curioso anche di conoscere il Capogatto, questo personaggio mitico del quale gli stava raccontando Isoscele.

Il suo amico descriveva il Capogatto come la somma di tutte le virtù. Era grosso, molto grosso. Era buono, molto buono. Era saggio, molto saggio.

Mentre camminavano nelle viuzze della città, Isoscele veniva salutato con allegria da tutti i gatti che incrociava. Chi lo salutava festosamente, chi gli dava una pacca sulla spalla, chi gli proponeva qualcosa di divertente.

“Ti conoscono tutti!” disse Lorenzo, allegro.

“Che vuoi, è merito della mia passione per i numeri. Noi gatti, come sai, non amiamo molto i calcoli, siamo degli istintivi. E cosi, ogni qual volta qualche gatto ha necessità di mettere ordine nei suoi numeri mi chiama, io gli do una zampa e guadagno una cena”. Chiacchierando del più e del meno, ma anche del per e del diviso, arrivarono al centro della città, dove sorgeva un palazzetto di colore chiaro, ben curato e sulla porta del quale, al piano terra, era sdraiato un gattone dal pelo lungo e ben pettinato.

“Ciao Isoscele, quale buon vento ti porta da queste parti?”

“Ciao Rubino, amico mio! Come stai? Devo vedere il Capogatto, è per il mio amico Lorenzo.” Isoscele indicò col muso in direzione del bambino.

“Si è svegliato da poco, lo trovi su, la strada la conosci”. Rubino si scansò dalla porta quanto bastava per farli passare entrambi, poi, pigramente, si mise nuovamente a prendere il sole appoggiato al muro.

Lorenzo e Isoscele fecero una piccola rampa di scale che immetteva in una grande stanza illuminata dal sole mattutino. Entrarono silenziosamente, come si addiceva a due gatti per bene. Dall’altra parte della stanza stava facendo colazione il Capogatto, un gatto siamese di dimensioni enormi. Senza girarsi fece cenno ai due di prendere posto davanti a lui.

“Non avete fatto colazione, immagino” disse il Capogatto.

“Veramente no. Sinceramente speravo nella tua ospitalità. Posso presentarti Lorenzo? È un gatto di fuori.”

Lorenzo sorrise a sentirsi chiamare gatto, ma oramai ci stava facendo l’abitudine.

“Piacere Lorenzo, ho sentito parlare di te. Sei abituato a mangiare pagando con monete strane o è stato solo un caso?” Il Capogatto faceva riferimento all’episodio al ristorante di Fiocco della sera prima. Chissà chi glielo aveva raccontato.

“E’ stato un caso, non sapevo che qui si usassero monete differenti. Ma non succederà più.” Mentre Lorenzo rispondeva al Capogatto, si stava chiedendo come faceva a sapere sia della sera prima, sia del fatto che non avevano fatto colazione.

“Facile” disse il Capogatto, anticipando la sua domanda. “Della cena mi ha detto Fiocco in persona, raccontandomi di te e del tuo strano modo di essere. Per la colazione è facile, il brontolio del vostro stomaco vuoto si sente a parecchi metri di distanza.” Il Capogatto sorrise mentre diceva queste cose e Lorenzo si sentì maggiormente a proprio agio. Soprattutto quando il Capogatto gli versò una bella tazza di latte bianco, nel quale affogò parecchi cereali a pallina. La sua colazione preferita!

Mentre Lorenzo affondava il cucchiaio nella tazza per far ammorbidire le palline, Isoscele raccontò al Capogatto la breve storia di Lorenzo e di come stesse cercando i suoi amici.

Il Capogatto si era alzato e, mentre Lorenzo faceva colazione e Isoscele raccontava, se ne stava nel mezzo della stanza ad ascoltare con attenzione. In quella posizione Lorenzo potè accorgersi di quanto fosse grosso. Il gatto più grosso che avesse mai visto. Non dubitava che fosse il capo… chi mai avrebbe potuto mettersi contro quel enorme gattone?

Capitolo 10 – Frammenti

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“Mi racconti una storia strana” disse il Capogatto rivolgendosi ad Isoscele. “E non sono sicuro di poterlo aiutare. Non ho capito bene da dove viene. Da fuori? Insomma, guardalo: sembra uno di quei gatti strani che stanno fuori. Ma qui non ne abbiamo mai visti.”

Isoscele guardò con diversa attenzione Lorenzo e sembrò accorgersi solo in quel momento che il suo nuovo amico, o forse dovremmo dire amicio, non era propriamente fatto come lui. Che il bambino fosse uno strano gatto se ne era accorto da solo, ma dopo aver ascoltato le parole del Capogatto sembrava inquadrare meglio la situazione.

Lorenzo, nel frattempo si era spolverato una tazza di latte formato gigante, con tante di quelle palline di cioccolata che la pancia gli scoppiava. Si rese conto degli sguardi dei due gatti. Erano diversi, lo guardavano curiosi.

“Che intendete per fuori? Fuori paese? E voi? Da dove venite voi? Da dove vengono tutti quelli che abitano qui?”

“E’ una storia lunga” disse il Capogatto. “Mettiti comodo che te la racconto”.

Lorenzo si sedette a terra, le gambe incrociate sotto di se. Isoscele si acciambellò accanto a lui, le orecchie dritte come antenne.

“Tutti quelli che abitano qua vengono da fuori. Non mi chedere dov’è questo fuori che non lo so. Non lo sa nessuno. Nessuno di noi si ricorda come ha fatto ad arrivare qui. Ne ci ricordiamo perfettamente com’è questo fuori, cosa facevamo li, come vivevamo. Ad ognuno di noi è rimasto un frammento, un’immagine di com’era. Forse se mai fossimo capaci di mettere insieme tutti questi frammenti potremmo finalmente scrivere la Grande Storia dei gatti. Poi, più passa il tempo più questo frammento diventa piccolo e scolorito. Ogni anno, quando cambiamo il pelo, perdiamo un pezzetto di questo frammento. Lo lecchiamo via e ne rimane un pezzetto più piccolo. Io sono qui da più tempo di tutti e il mio pezzetto è un suono strano che inizio a sentire sempre più flebile. Un battere ripetuto, ritmico, con insieme una voce simile alla tua, Lorenzo. Non mi ricordo altro, so solo che quando sentivo quel suono e quella voce era ora di mangiare.” Il Capogatto raccontava la sua storia lentamente, assaporando le parole e il loro significato.

“Poi mi mi ricordo solamente che da un giorno all’altro nessuno mi ha più fatto sentire quel battere e quella voce. So che l’ho aspettata per un po’, invano, e poi mi sono messo in cammino. E sono arrivato qui.” Il tono con cui il Capogatto raccontava la sua storia era sereno. Miagolava piano ed il contrasto con la sua mole enorme era evidente.

“E la tua di storia, Isoscele? Non te l’ho mai chiesta. Ma già, noi di solito non parliamo volentieri del fuori”.

“Il mio frammento è più chiaro, è da meno tempo di te che sono qui. Io stavo in una casa chiara con delle grandi finestre dalle quali si vedeva una enorme costruzione piena di guglie, di punte. Credo fosse un enorme chiesa. In cima alla guglia più alta c’era una statua dorata. Io mi fermavo spesso a guardarla dalla finestra, mentre uno dei gatti strani che stanno fuori e che assomigliano a Lorenzo mi accarezzava la schiena. La casa era piena di libri, molti dei quali erano pieni di formule e di numeri. E’ cosi che ho imparato a cavarmela con i conti! Ecco, questo è il mio frammento. Queste carezze e la statua dorata in cima alla chiesa. Poi le carezze sono cessate, non c’era più nessuno a farmele e mi sono messo in cammino. E sono arrivato qui.” Isoscele narrava la sua storia con po’ di disagio. Non era del tutto contento che il suo passato fosse oramai lontano.

“Vedi Lorenzo, non so davvero aiutarti. Forse sei qui per lo stesso motivo per il quale ci siamo noi, o forse devi solo trovare la tua signorina Nadia e i bambini del pulmino e loro ti riporteranno dove vuoi. Ti auguro di trovarli presto”. Il Capogatto si stiracchiò, si mise gli occhiali da lavoro e si mise a consultare delle grandi carte. Il tempo che aveva potuto dedicare a Lorenzo era finito.

 

Capitolo 11 – Il compigatto20180424_192211.jpg

Lorenzo era un po’ confuso. Aveva riposto nell’incontro con il Capogatto molte speranze. Pensava che essendo il capo avrebbe trovato subito il modo di aiutarlo. E invece nulla, non ne aveva cavato nulla. Scendeva le scale in silenzio, cercando di mettere in ordine i suoi pensieri. Apriva e chiudeva i cassettini, nei quali metteva le idee e i pensieri, cercando la ragione del suo cambiamento di umore. Era la preoccupazione per il fatto che non sapeva ancora trovare Nadia e i bambini del pulmino, con la conseguenza che non sapeva come tornare a casa, oppure era la tristezza per quanto gli avevano raccontato i due gatti poco prima? Insomma, se aveva capito bene tutto ciò che gli avevano raccontato, voleva dire che i gatti, tutti i gatti della Città, un tempo avevano vissuto nel suo stesso paese, o in qualche paese simile al suo. Poi qualcosa era successo ad ognuno di loro, erano rimasti soli e, in un modo o un altro, si erano ritrovati nella Città dei Gatti. Sembravano contenti di stare li, ma forse aveva colto qualche accenno di rimpianto nei frammenti che gli avevano raccontato.

E poi lui era bloccato li, nella Città dei Gatti. Doveva trovare Nadia e i bambini del pulmino velocemente, voleva tornare a casa dalla mamma e dal papà. Però era anche curioso di saperne un po’ di più di quella strana Città e dei suoi abitanti.

Isoscele lo guardava, sembrava sul punto di dirgli qualcosa, ma taceva. Sembrava intimorito da qualche cosa, come se l’intuizione di poco prima, quando si era accorto che Lorenzo era diverso e forse veniva da fuori, lo avesse frenato.

Dopo qualche minuto di silenzio tra i due, mentre camminavano affiancati finalmente Isoscele si decise a parlare.

“Di un po’, ti andrebbe di andare ad una festa?”

“Che festa?” Lorenzo era sorpreso. Di certo non si aspettava la proposta del suo amico. O forse dovremmo dire del suo amicio.

“Come… che festa? Una festa. Una di quelle dove c’è confusione, musica, si mangia… ci sono delle gatte simpatiche…” l’idea della festa sembrava davvero piacere ad Isoscele, quasi a fargli dimenticare i problemi di Lorenzo.

“Ci saranno parecchi gatti, forse qualcuno potrebbe avere notizie della tua Nadia e dei bambini del pulmino.”

“Ma è una festa di compleanno?” chiese Lorenzo.

“Compleanno? Cosè un compleanno?”

“Lo dice la parola. Quando compi gli anni. Allora si fa la festa. A me le feste piacciono, vorrei andarci tutti i giorni. Mi piace che ci si prepara per bene per andarci. Mi faccio il bagno, la mamma mi pulisce bene le orecchie e mi mette il borotalco. Poi mi metto un vestito pulito. Si va a casa del festeggiato con un regalo, che a volte è un gioco e a volte un vestito. Io però preferisco quando è un gioco. Una volta arrivati… si gioca. Le mamme chiacchierano da un lato e i bambini giocano. Si corre, si suda. Ogni tanto si beve un bicchiere di aranciata e si mangia un panino… Poi arriva la torta con le candeline, si canta tanti auguri e il festeggiato spegne le candeline. E si torna a giocare.”

“Mi sa che la festa di stasera è un po diversa. Prima di tutto qui non si festeggia il compleanno. Potremmo chiamarla festa di Compigatto! Ogni tanto qualcuno ha voglia di stare insieme agli amici e allora organizza una festa. Qualcuno porta da mangiare, qualcuno da bere, qualcuno suona. Si fa tardi e si sta insieme agli amici ed agli amici degli amici. Che poi diventano tuoi amici. Non si gioca, si chiacchiera e ci si conosce. Qualcuno balla, ma sai, noi gatti non siamo bravissimi a ballare. A meno che tu non sia Couscous. Lei si che sa ballare. Quando inizia a muoversi tutti gli altri si fermano a guardarla. In effetti tutto si ferma. Il tempo si ferma. Ti scordi anche di respirare…” Mentre Isoscele parlava di Couscous il suo sguardo si fece liquido. Miagolava più lentamente, come se cercasse le parole più belle per rendere omaggio alla sua amica, ma forse dovremmo dire amicia, danzatrice.

“Te la farò conoscere, vedrai, piacerà anche a te!”

Lorenzo era confuso. Sembrava una festa diversa da quelle a cui lui era abituato, ci si andava senza regalo, senza aver fatto il bagno e non c’era la torta con le candeline. Che razza di festa sarebbe stata? Però lo interessava il fatto che ci sarebbero stati tanti gatti a cui poter chiedere informazioni. E forse sarebbero usciti anche altri frammenti. Era rimasto colpito da quello che avevano raccontato sia il Capogatto che Isoscele e voleva sentire altre storie. E poi voleva conoscere Couscous. A vedere l’effetto che faceva su Isoscele sicuramente doveva essere una gatta interessante.

Capitolo 12 – la festa20180501_162153_resized

Lorenzo e Isoscele arrivarono alla festa con un po’ di ritardo sull’orario convenuto. Lorenzo aveva insistito per lavarsi. Non era mai andato ad una festa senza essersi fatto il bagno e non aveva sentito ragioni. Erano quindi tornati a casa e Lorenzo si era lavato alla meno peggio. Poi si era pettinato con le mani, che non aveva una spazzola o un pettine con se. Ovviamente si era poi rivestito con i pantaloni e la maglietta che aveva da quando era uscito da casa, visto che non poteva cambiarli.

Isoscele lo aveva atteso impaziente, impaziente come solo un gatto sa essere. Faceva nervosamente avanti e indietro davanti all’ingresso della stanza dove Lorenzo aveva trovato riparo. La coda si muoveva a destra e sinistra, velocemente. Si vedeva ad un chilometro di distanza che avrebbe voluto essere altrove, che non capiva tutta questa necessità di lavarsi e che rimaneva li solamente perchè oramai si era affezionato a Lorenzo.

Quando Lorenzo fu pronto Isoscele lo degnò solo di uno sguardo fugace. Fu scontroso come solo i gatti sanno essere scontrosi. Si mise a trotterellare senza mai voltarsi indietro, insensibile alle preghiere di Lorenzo di rallentare il passo. Cosi correndo arrivarono nel posto dove era  prevista la festa. Era una casupola dall’aspetto dimesso, con un largo giardino pieno zeppo di cianfrusaglie. Vecchi attrezzi agricoli, un tavolo con diverse sedie, tutte rigorosamente diverse tra loro, del materiale da costruzione accatastato al lato di una carriola alla quale mancava la ruota. E poi una catasta di legno perfettamente impilata. L’erba del giardino era alta, ma risultava schiacciata dappertutto come se fosse stata calpestata dal piede di un gigante. L’intero giardino brulicava di gatti. Erano dappertutto, sopra e sotto al tavolo, sulla catasta di legno e dentro la carriola. Finanche dentro al grande forno, spento, che si stagliava sul lato destro del giardino.

Isoscele iniziò un giro rapido di saluti saltellando da un punto all’altro con la tipica elasticità di un gatto. Lorenzo provò a seguirlo, facendo una gran fatica. Dopo un po’ lo perse di vista  e decise quindi di farsi un giretto per la festa da solo. C’era molta confusione: gatti che si chiamavano a gran voce, una specie di brusio di fondo che sembrava un tuono che non voleva smettere e una musica non meglio definita, della quale, vista la situazione, Lorenzo poteva sentire solo poche note ogni tanto. Fece il giro della casa per vedere se vi fosse la stessa atmosfera ovunque. Anche nel resto del giardino lo spettacolo era lo stesso. Gatti di tutti i tipi, eccitati dalla gran confusione, erano liberi e felici sull’erba schiacciata.

Decise di entrare nella casa per cercare qualcosa da mangiare e fu sorpreso dalle dimensioni dell’interno. Vista da fuori sembrava una casetta di modeste dimensioni, mentre una volta entrato ci si accorgeva che era tutt’altro che piccola. La cosa che lo colpì subito fu la tranquillità. Non sembrava possibile che solo a pochi metri di distanza potesse esserci tanta confusione. Il salone principale era perfettamente arredato con mobili di legno scuro che facevano risaltare i tappeti colorati sui quali erano appoggiati. Su un lato della stanza era posizionato un bel pianoforte a coda. Ovviamente era un pianoforte a coda di gatto.

Alla tastiera era seduto un gatto grigio dal pelo lungo ordinatamente pettinato. Intorno a lui c’erano tanti gatti che lo ascoltavano suonare. La maggior parte era sdraiata pigramente sul tappeto, qualcuno era seduto su uno dei molti divani che erano presenti nel grande salone. Nell’aria risuonavano le note del pianoforte, nette nel silenzio che tutti osservavano scrupolosamente. Quando il bel gatto grigio finiva il pezzo che stava suonando, i gatti che lo stavano ascoltando emettevano un miagolio di soddisfazione, lungo e profondo come le fusa. Appena riprendeva la musica tornava il silenzio rispettoso nella stanza. Tanto era chiassoso e confusionario l’esterno della casa, tanto era silenzioso e tranquillo l’interno.

Capitolo 13 – Couscouscouscous

Lorenzo rimase parecchio tempo ad ascoltare il gatto pianista, la sua musica aveva il potere di fargli pensare solo cose belle. Mentre ascoltava le note inseguirsi nel salone dei tappeti, pensava che da grande gli sarebbe piaciuto diventare un musicista, forse proprio un pianista. Se la musica fa cosi bene a me – pensava – allora farà bene anche agli altri. E deve essere bello fare qualcosa che fa stare bene gli altri. Doveva ricordarsi di chiedere al papà ed alla mamma di insegnargli a suonare. Di certo sapevano farlo, la mamma e il papà sanno sempre tutto.

Mentre era immerso nei pensieri che riguardavano il suo futuro si accorse che qualcosa era cambiato. Nel salone, fino a quel momento tranquillo, c’era una strana elettricità. Lorenzo si guardò attorno e si accorse che quasi tutti i gatti che erano precedentemente nel giardino erano entrati nella casa. Vide anche Isoscele qualche metro più in la. Si fecero un cenno, senza parlare, per non turbare quella strana e silenziosa atmosfera di attesa. Anche il pianista si era adeguato ed aveva smesso di suonare.

Quel silenzio innaturale durò anche quando dal fondo del salone, vicino alla porta di ingresso, i molti gatti presenti cominciarono a spostarsi, come per formare un percorso che dalla porta conducesse al pianoforte. Lorenzo era seduto sul divano proprio accanto al pianoforte, nel punto migliore per guardare il pianista ma anche proprio dove quel percorso finiva. Dalla porta del salone entrò qualcuno. Lorenzo non potè vedere immediatamente di chi si trattasse, gli ci volle qualche secondo, giusto il tempo che servì ad una gatta di incredibile bellezza a percorrere la poca distanza che la separava dal pianoforte.

Era leggermente più piccola della media dei gatti presenti. Aveva un pelo lungo e folto, grigio, ma era un grigio dovuto al fatto che aveva, mescolati, peli bianchi come la neve e peli neri come il carbone. Si muoveva lentamente, consapevole di avere tutti gli occhi dei presenti puntati addosso. Non seguiva il percorso, lo creava con i suoi spostamenti. Si guardava intorno con i suoi occhi mobili e vivaci, azzurri. Attorno all’azzurro c’erano però migliaia di scaglie gialle oro. Guardarla negli occhi era come guardare il sole in un giorno sereno. Lo si può fare per un attimo, poi però bisogna distogliere lo sguardo. Lorenzo pensò che gli occhi di quella gatta, che era certamente Couscous, assomigliavano tantissimo a quelli della mamma.

Il pianista riprese a suonare, senza aver aver scambiato una sola parola con Couscous. La musica era struggente, una malinconia profonda entrò nel cuore di tutti i presenti. Couscous iniziò a muoversi seguando il tempo della musica. Tutti i gatti presenti avevano lo sguardo fisso, le movenze di Couscous erano magnetiche. Erano movimenti lenti, sospesi tra una nota e l’altra. Più che un ballo era un esercizio di eleganza con il quale la gatta grigia sembrava comunicare con chi gli stava attorno. Alcuni movimenti, come ad un comando ben conosciuto da tutti, erano sottolineati da un mormorio emesso da chi la stava guardando. La musica manteneva il suo ritmo lento e dolcissimo che a Lorenzo ricordava i movimenti che la mamma faceva quando voleva farlo addormentare, cullandolo tra le braccia. In quel momento la mancanza della mamma si fece sentire fortissima e Lorenzo verso qualche lacrima, in silenzio.

D’un tratto la musica finì e Couscous si fermò, guardandosi attorno. Tutti i gatti emisero un lungo sospiro di soddisfazione e piano piano ripresero a parlare l’un l’altro, commentando ciò che avevano appena visto. Couscous si avvicinò a Lorenzo, lo guardò a lungo e gli disse:

“Sei un gatto strano, non ti ho mai visto qui, sei nuovo? Appena arrivato?”

Lorenzo era sorpreso che, tra tanti gatti presenti, Couscous avesse rivolto proprio a lui la parola.

“Si, sono appena arrivato, ma spero di andare via, mi aspettano a casa. Appena trovo Nadia e i bambini del pulmino me ne vado. Qui si sta bene, ma a casa mia sto meglio!”

Couscous gli chiese di Nadia, del pulmino e dei bambini e Lorenzo raccontò anche a lei la sua storia. Le disse anche che poco prima la sua danza gli aveva fatto pensare alla mamma e che si era accorto che ne sentiva una gran mancanza. Cosi finirono a parlare per parecchio tempo e Lorenzo le chiese dei suoi ricordi, i frammenti.

“Io sono qua da poco, il mio frammento è ancora vivo e mi costa molto raccontarlo. Ma lo faccio volentieri per te, hai sofferto prima per il ricordo della mamma ed il minimo che possa fare è raccontarti di me.” Couscous si mise comoda sul divano, salutò Isoscele, che nel frattempo si era seduto vicino ai due, e iniziò a raccontare.

Capitolo 14 – Il viaggio di Couscos20180507_125923_resized

Couscous miagolava con uno strano accento e Lorenzo non capiva tutte le parole. Ma, come il suo amico – ma forse dovremmo dire amicio – Isoscele, era ammaliato dalla bellissima gatta.

“Io sono qui da poco, pochissimo. Non saprei dirti veramente come sono arrivata, è tutto un po’ confuso. Io non vengo da un unico posto, il mio fuori è fatto di tanti luoghi diversi. Vengo da un posto dove la mattina, da un campanile davanti alla casa dove dormivo, un gatto di fuori, di quelli che assomigliano a te, faceva sentire una cantilena al suono della quale tutti si inginocchiavano nella stessa direzione. E’ un posto dove i profumi nell’aria sono buonissimi, nei mercati le bancarelle sono ricolme di frutti e spezie colorate. I colori risaltano nella luce bianchissima e la forza del sole è cosi forte che si può girare liberamente solo la mattina presto o la notte. Io vivevo in una casa grande, con un grande giardino interno. C’era sempre qualcuno che mi accarezzava…”

Couscos fece una pausa, sembrava commossa al ricordo di ciò che raccontava. Dopo qualche secondo riprese a miagolare.

“Mi teneva sempre in braccio. Usciva la mattina presto con uno zainetto sulle spalle. Io la seguivo, la strada non era lunga. Si fermava davanti ad un posto dove c’erano tanti altri come lei, tutti con lo zainetto sulle spalle. Ridevano e chiacchieravano. Poi tutti insieme entravano in un edificio grande le cui porte venivano chiuse subito dopo.”

“Io me ne tornavo indietro, passando per il grande mercato colorato. Rimediavo sempre qualcosa di buono da mangiare, li nessuno soffriva la fame. Incontravo qualche amico, facevamo un po’ di strada insieme e ci si raccontavano le ultime novità. Quando arrivavo a casa gironzolavo per il fresco delle tante stanze, aspettando che arrivasse l’ora per uscire di nuovo. Verso l’ora di pranzo, dopo un pisolino, rifacevo la stessa strada della mattina. Aspettavo tutti i giorni nello stesso posto e, puntualmente, quando si spalancavano i portoni tutti uscivano, insieme, col loro zainetto sulle spalle. Era una festa, tutti ridevano felici. Appena lei mi vedeva le saltavo in braccio e facevamo cosi la strada di ritorno, mentre mi raccontava tutto ciò che avevano fatto dentro quell’edificio che lei chiamava scuola. Arrivati a casa si cambiava, si lavava e andava a tavola, dove era attesa da tante cose buone. Mangiavo anche io assieme a lei. Poi andavamo sul letto, lei riposava e io la guardavo dormire. Era cosi bella e serena mentre dormiva… Di certo sognava di cose belle perchè sembrava sorridere nel sonno.”

Couscous si fermò qualche minuto, come se i ricordi che stava evocando la affaticassero. Poi, lentamente, riprese.

“Quando si svegliava andavamo a giocare nel grande giardino interno alla casa. A volte venivano i suoi amici e io stavo li a guardarli correre e strillare felici e pieni di energia. Si faceva sera, arrivava un po’ di fresco che ci permetteva di fare due passi all’esterno, tra le tante case bianche. Eravamo inseparabili. Era il mio respiro e la mia vista, la mia sicurezza e le mie emozioni. La sera, dopo cena, tutta la famiglia si riuniva in una grande stanza azzurra, piena di cuscini morbidi. C’era sempre qualche conoscente in visita. Durante queste serate ho imparato a muovermi come hai visto prima, copiando ciò che ho visto fare ad alcune ballerine di fuori.”

“Poi, improvvisamente, tutto finì. La scuola, le passeggiate, i pomeriggi con gli amici e le fresche serate danzanti. Invece delle risate si sentivano urla, invece del mercato colorato la polvere, al posto della musica boati e silenzio. Non so dove sia andata, di certo non è andata di sua volontà perchè altrimenti mi avrebbe portato con se. Rimasi sola, la mia vita era cambiata. Mi prese un gatto di fuori, di quelli che assomigliano a te, aveva i capelli cortissimi, parlava una lingua divesa da quella che avevo sempre sentito e vestiva in una maniera che non avevo mai visto. Doveva essere importante perchè tutti gli ubbidivano. Mi mise in una gabbietta e iniziammo un lungo viaggio, non finiva mai.”

Couscos si interruppe nuovamente. Lorenzo e Isoscele erano immobili ad ascoltare la sua storia. Quando la gatta ricominciò a raccontare capirono, dal tono, che erano oramai quasi arrivati alla fine del racconto.

“Quindi arrivammo a casa sua, in un posto in cui c’era poco sole, tutto era scuro e faceva sempre freddo. Non aveva un giardino, ma anche se lo avesse avuto non ci sarei mai potuta andare, perchè pioveva sempre. Rimasi li, avevo da mangiare e dormire ma non ero felice. Ero sempre sola, in quella casa non c’era nessuno durante il giorno. Io speravo sempre di incontrare la mia anima perduta, ma il tempo passava ed alla fine capii che se fossi rimasta li non l’avrei mai più rivista. Allora decisi di uscire e di mettermi a cercarla. E cosi ho fatto. Ci volle coraggio, per me era un posto nuovo e pieno di pericoli. Non conoscevo nessuno. Ho girato tanti vicoli, lentamente ho conosciuto tanti amici, ma nessuno sapeva aiutarmi. Sono stata in diverse case, dove qualcuno mi dava da mangiare per un po’. Poi però riprendevo la mia ricerca. Ogni tanto vedevo qualcuno che le assomigliava, la pelle di un colore simile. Allora li seguivo, per vedere dove abitavano, sperando ogni volta di ritrovarla. Non è mai successo. Così, camminando camminando sono arrivata qui. Ora sto bene, ho tanti amici e ballo volentieri per loro perchè mi permette di continuare a ricordare. La mia storia, come quella di tutti, svanisce lentamente, ora dopo ora. Se ne va, cambia e si rinnova assieme ai peli neri e bianchi del mio mantello. Ma so che se continuerò a ballare non potrò dimenticarla. La mia anima, le mie zampe, i miei baffi. La mia vita”

Capitolo 15 – Isoscele ha un’idea

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Appena finito di raccontare il suo lungo viaggio Couscous si alzò dal divano, salutò rapidamente Isoscele e Lorenzo e se ne andò. Era visibilmente provata, rievocare la sua storia era stato faticoso per la bella gatta. Lorenzo era ancora una volta confuso. Aveva conosciuto una gatta interessante, aveva ascoltato una storia bellissima che gli aveva fatto pensare a tante cose alle quali non aveva mai prestato attenzione. Sul piano pratico però, sul come trovare Nadia e i bambini del pulmino, non aveva fatto alcun passo avanti. Ed il tempo correva.

Sulla strada verso casa Isoscele era silenzioso. Certo era stanco ma sembrava rimuginare qualcosa.

“Perchè non parli?” gli chiese Lorenzo.

“Sto pensando, anche se a quest’ora mi riesce difficile. C’è qualcosa che mi è passato in mente prima, mentre raccontavi a Couscous la tua storia. In quel momento mi è sembrato importante. Però ora non mi torna in mente. E’ come se si fosse spenta la luce.”

“Mi capita spesso con mamma! Mi preparo le cose da raccontarle, cosa ho fatto a scuola, cosa ho mangiato… poi appena la vedo corro ad abbracciarla e quello che avevo da dirle è sparito. Poi però torna dopo un po’. Vedrai che tornerà in mente anche a te.”

Così chiacchierando erano arrivati davanti alla porta della casetta che ospitava Lorenzo. Entrarono insieme ed Isoscele attese pazientemente che il bambino si togliesse le scarpe e i calzini e si lavasse i denti con lo spazzolino che aveva nello zainetto. Lo guardò mettersi a letto, coprirsi con la copertina Lilla e infilarsi il pollice in bocca. Dopo pochi istanti dormiva. Come il giorno precedente Isoscele decise di dormire vicino a Lorenzo, aveva voglia di stargli vicino. Continuava a pensare a ciò che gli era sfuggito dalla mente. Si stava chiedendo se fosse o meno una cosa importante. Poi il sonno prese il sopravvento e Isoscele si acciambellò vicino al suo amico, ma forse dovremmo dire amicio, addormentandosi di colpo.

Il mattino dopo, era presto, Lorenzo fu svegliato da un Isoscele agitatissimo. Il gatto rossiccio sembrava in preda ad una urgenza irrefrenabile.

“Svegliati Lorenzo, presto! Dai muoviti!”

“Ecco… fammi dormire ancora un attimo…”

Lorenzo era intontito dal sonno e non voleva saperne di alzarsi velocemente. Normalmente era molto svelto a svegliarsi ed alzarsi ma talvolta gli succedeva anche a casa, quando la mamma lo svegliava per andare a scuola. Delle mattine, soprattutto d’inverno quando fuori faceva freddo, Lorenzo si infilava sotto la coperta e faceva finta di non sentire i richiami della mamma. In quei giorni  non gli piaceva alzarsi rapidamente e aveva bisogno di un po’ di tempo per abituarsi all’idea che doveva lasciare il dolce tepore delle coperte per tuffarsi nella giornata. Colazione, pulmino e scuola. Era questo ciò che lo attendeva. La mamma invece si alzava molto presto la mattina, velocissima appena la sveglia suonava. Al contrario del papà al quale piaceva rigirarsi un po’ nel letto. Ecco, Lorenzo aveva certamente preso da entrambi: dalla mamma quando si alzava subito e dal papà quando poltriva.

“Avanti Lorenzo, forza! E’ importante, svegliati!” Isoscele continuava a scuoterlo ma Lorenzo non sembrava sentire ragioni.

“Mi sono ricordato la cosa che mi ero scordato. Insomma… dai! Che non vorrei scordarmela nuovamente!” Isoscele era come impazzito. Saltellava intorno al bambino sdraiato sul materasso. Ogni giro faceva un balzo da una parte all’altra del materasso e continuava a chiedere a Lorenzo di prestargli attenzione.

“Dai che mi serve che tu sia ben sveglio”

“Isoscele, che c’è? Non potremmo aspettare un po’?” Lorenzo faceva fatica a tenere gli occhi aperti.

“Uffa Lorenzo! Mi sembrava te fossi interessato a sapere dove sono Nadia e i bambini del pulmino! Mi è venuta in mente un idea, forse so dove cercarli!”

I gatti, normalmente pigri, sanno essere veloci quando vogliono. Ma anche i bambini, anche quelli che qualche volta si svegliano pigri, sanno essere veloci a prepararsi.

Capitolo 16 – Verso il pulminoIMG00041-20110410-1837

Isoscele era elettrico, come solo un gatto sa essere. Mentre precedeva Lorenzo, che per stargli dietro doveva quasi correre, provava a spiegare al bambino la sua idea, la sua intuizione.

“Ripetimelo ancora una volta Lorenzo. Cosa hai fatto quando ti sei svegliato nel pulmino vuoto?”

“Te l’ho gia detto Isoscele. Mi sono guardato intorno, ho visto che il pulmino era vuoto e sono sceso.”

“Questo l’ho capito. Poi cosa è successo?” Isoscele voleva che Lorenzo capisse da solo ciò che a lui era venuto in mente.

“Ho fatto due giri intorno al pulmino, poi sono rientrato per prendere Lilla e mi sono incamminato. E sono arrivato qui.”

“No, troppo veloce. Prova a tornare indietro e racconta cosa è successo così come lo hai raccontato ieri a Couscos.” Isoscele era convinto di aver avuto una buona idea.

“Vediamo… Sono sceso dal pulmino, mi sono incamminato verso la stradina che era li vicino. L’ho imboccata e, arrivato in alto, ho visto il paese. E sono venuto qui.”

“Va bene, ci siamo quasi. La stradina com’era fatta?” Isoscele interrogava Lorenzo mentre corricchiava verso la periferia del paese. Le case si stavano già diradando.

“In che senso com’era fatta? Isoscele non ti capisco… era una strada piccola, pulita… All’inizio era in discesa, poi in leggera salita…” Mentre diceva queste parole Lorenzo cambiò tono. Sembrava iniziare a capire.

“Quindi hai preso la stradina nella direzione della discesa e hai trovato il paese… giusto?”

“Giusto… se ho capito bene dove vuoi arrivare… magari Nadia e i bambini del pulmino erano andati dall’altra parte, in salita!” Lorenzo era incredulo. Era cosi evidente e lui non ci aveva ancora pensato.

“Bravo!”gridò Isoscele. “ora andiamo a vedere cosa c’è su quella stradina e magari li troviamo…

Lorenzo accelerò il passo, di colpo tutto era cambiato, la paura di non trovare il modo di tornare a casa si era mutata in voglia di raccontare questa bellissima avventura alla mamma. Fino a poco prima era pieno di dubbi, ora era pieno di energia. Quasi correndo percorsero al contrario la stradina che Lorenzo aveva fatto quando era arrivato. Si fermarono qualche minuto sotto un grande albero che Lorenzo riconobbe immediatamente come lo stesso sotto il quale si era fermato all’andata. Poi, impazienti, ricominciarono a camminare, svelti come solo dei gatti sanno essere svelti quando vogliono esserlo. Percorsero la salita di buon passo, arrivando in pochi minuti al punto dal quale Lorenzo aveva visto da lontano la Città dei Gatti per la prima volta.

“Ora devi guidarmi te” disse Isoscele, nervoso. “E’ la prima volta che mi allontano così tanto dalla Città e non mi sento tranquillo. Non conosco questi posti.”

“Va bene” rispose Lorenzo. “La strada è semplice. Vedi? Va in leggera discesa per un pò, poi dovremmo incontrare una salitella, al termine della quale ci dovrebbe essere un piccolo campo nel quale si era fermato il pulmino. Speriamo che sia ancora li”

Fecero quel tratto di strada, solo qualche centinaio di metri, con grande calma. Entrambi temevano di arrivare al campo dove doveva esserci il pulmino. Cioè temevano di non trovare il pulmino in quel campo. Se non lo avessero trovato si sarebbe complicato tutto. Avrebbe significato che Nadia e i bambini erano tornati al pulmino e se ne erano andati a casa, senza Lorenzo. Non sarebbe stata una buona notizia.

 

Capitolo 17 – Cercando Nadia20171128_183926

Arrivarono al termine della strada e prima di entrare nel campo Lorenzo fermò Isoscele.

“Ho paura. E se non c’è più il pulmino? Se Nadia e i bambini del pulmino se ne sono andati lasciandomi qui? Ho paura.” Per la prima volta da quando si era svegliato da solo nello scuolabus, Lorenzo temeva quanto poteva succedergli.

“Lorenzo, non ha senso avere paura, non ha senso avere paura ora. Se il pulmino c’è significa che va tutto bene, certo, dovremo ancora trovare Nadia e i bambini ma sapremo che anche loro sono da queste parti. Potrai avere paura solo se il pulmino non c’è. Ma avere paura ora non ha senso.”

“Io voglio tornare a casa, Isoscele, aiutami!” La voce del bambino era sottile, tremava come una foglia scossa dal freddo vento di novembre.

“Ti ci porto, Lorenzo, te lo prometto. Ora andiamo a vedere se questo pulmino c’è o no”.

Così dicendo Isoscele si strusciò contro Lorenzo per fargli coraggio, poi riprese a camminare seguito dal bambino ed entrò nella piccola radura dove tutto aveva avuto inizio.

“Eccolo! Eccolo!” Lorenzo urlò felice, la presenza dello scuolabus nella radura aveva cancellato di colpo le paure più buie che Lorenzo stava vivendo. Iniziò a correre, lasciando cadere lo zainetto dietro di se. Entrò nello scuolabus insieme ad Isoscele, per vedere se vi fossero segni di un passaggio recente di Nadia e dei bambini del pulmino. Ma nulla era stato toccato da quando Lorenzo aveva lasciato lo scuolabus.

“Mi sembra che sia tutto come quando sono venuto via. Non credo che ci sia entrato nessuno da allora” disse Lorenzo, dopo essersi seduto al suo solito posto, quello col buco nella tappezzeria nello schienale del sedile di fronte a lui. Il solo fatto di essere seduto al suo posto lo tranquillizzò, si sentiva quasi a casa.

“Beh, allora andiamo a vedere dove porta la stradina, dalla parte opposta a quella che avevi preso te.”

I due amici si incamminarono verso sinistra, nella direzione contraria a quella presa da Lorenzo subito dopo essersi svegliato da solo nel pulmino giallo. Camminarono lentamente, guardando con attenzione se vi fossero segnali del passaggio di qualcuno: carte di caramelle, involucri di succo di frutta, fazzolettini… insomma tutto ciò che può essere contenuto nello zainetto di un bambino e che talvolta viene lasciato in giro. Ma la stradina, ben ombreggiata da alberi le cui chiome si toccavano creando una specie di galleria, era perfettamente pulita, come fosse stata spazzata di recente. O come se non ci fosse passato mai nessuno. Camminarono a lungo e silenziosi, fino a quando furono troppo stanchi per andare avanti. Decisero allora di fare una sosta sotto uno dei tanti alberi che con la loro folta chioma offrivano riparo dal sole, che quel giorno scottava particolarmente. Mangiarono quello che si erano portati nello zainetto di Lorenzo e bevvero acqua da un ruscello che correva a pochi metri di distanza.

“Fino a quando andiamo avanti?” chiese Lorenzo. “Mi sembra che non ci sia nessuno. E si sta facendo tardi”

“Non so che dirti Lorenzo. Conosco questi luoghi quanto te, cioè per niente, e non so davvero cosa aspettarmi. Dietro ogni curva, potrebbe esserci qualcosa di interessante ma certo non possiamo andare avanti all’infinito.” Isoscele non era più cosi elettrico come la mattina.

“E se mentre noi siamo qui Nadia e i bambini tornano al pulmino per un’altra strada e se ne vanno?” Lorenzo era decisamente preoccupato.

“Facciamo così, torniamo al pulmino e vediamo se è ancora al suo posto. Possiamo lasciare qualcosa li che faccia capire a Nadia che te sei nei paraggi”.

“Come un messaggio vuoi dire? Ma io non so scrivere…” disse Lorenzo.

“Puoi lasciare uno di quei disegni che ti ho visto fare l’altro giorno. Sono certo che Nadia capirà!.

L’idea del disegno piacque a Lorenzo, che era anche preoccupato che arrivasse la notte mentre erano su quella strada. In quel momento era bella e tranquilla, ma la notte avrebbe avuto paura. Si rimisero in cammino per tornare al pulmino, dove arrivarono dopo aver fatto parecchia strada. Lorenzo non si era reso conto che avessero camminato così a lungo. Erano stanchissimi. Nulla era cambiato dalla mattina. Il bambino si mise subito all’opera e disegnò un bambino con un gatto rosso vicino al pulmino giallo. Il disegno era venuto molto bene e Lorenzo lo sistemò proprio sul sedile di Nadia.

Mentre Lorenzo disegnava, il sole si era abbassato sempre di più fino a tramontare, e il tardo pomeriggio era diventato rapidamente prima serata. Era scuro e la stradina non si vedeva più.

“Che facciamo ora?” nella voce di Lorenzo c’era tutta la paura per dover fare la strada di notte.

“Direi che potremmo dormire qui. Ci mettiamo dentro il pulmino, di sedili ce ne sono abbastanza. E domani mattina vediamo il da farsi. O ce ne torniamo in Città o continuiamo a cercare Nadia. Ma possiamo deciderlo domani, non trovi?”

Lorenzo accettò con entusiasmo. Era stanco e per la paura non avrebbe mai potuto fare quella strada al buio. I due amici si sistemarono su due file vicine, che si potevano vedere l’un l’altro. Lorenzo tirò fuori Lilla, si infilò il dito in bocca e si addormentò, godendosi lo spettacolo che mille e mille lucciole stavano facendo tutto intorno al pulmino, mescolandosi alle stelle, Isoscele, acciambellato vicino a lui, dormiva già profondamente.

 

Capitolo 18 – Il ritorno20180402_115639_bis

La mamma ed il papà di Lorenzo aspettavano un po’ preoccupati il ritorno dello scuolabus. Era in ritardo, oramai avrebbe dovuto essere arrivato da più di mezzora. Avevano più volte provato a chiamare il numero di Nadia, ma senza successo. Il telefono della assistente era irraggiungibile o spento. La mamma era visibilmente nervosa mentre continuava a provare il numero di telefono. Faceva avanti e indietro sul ciglio della strada, sporgendosi di continuo per vedere se lo scuolabus fosse in vista. Diceva continuamente frasi del tipo “ma cosa sarà successo” oppure “non aveva mai fatto tutto questo ritardo” o anche “ma ci dobbiamo preoccupare?”. Il papà sembrava più tranquillo ma era come una pentola a pressione. Cercava di tranquillizzare la moglie ma era difficile riuscirci visto che anche lui non era affatto sereno. Di solito infatti lo scuolabus era puntualissimo. Venti minuti dopo l’uscita dalla scuola arrivava davanti al cancello del piccolo condomino e si accostava per lasciar passare eventuali altre macchine. Lo sportello anteriore, appena dietro al quale era seduta Nadia, si apriva con un lieve sbuffo ed in cima ai tre gradini si materializzava Lorenzo, con un gran sorriso, le lentiggini in disordine e lo zainetto sulle spalle. Qualche parola con Nadia per darsi appuntamento al giorno dopo e Lorenzo saltava in braccio al papà o, se c’era, alla mamma.

Mentre provava nuovamente a telefonare a Nadia, la mamma di Lorenzo si spinse nuovamente quasi al centro della strada.

“Eccolo! Finalmente! Ma che sarà successo?” la mamma di Lorenzo sembrava improvvisamente più tranquilla.

“Cosa vuoi che sia successo?” provò a minimizzare il padre. “Magari hanno finito la benzina o l’autista ha fatto ritardo. Ora glielo chiediamo.”

Il pulmino giallo, si accostò nel punto esatto nel quale il papà di Lorenzo era in attesa. La porta pneumatica si aprì con il caratteristico sbuffo. Nadia era seduta al suo posto, la faccia dispiaciuta.

“Mi dispiace, abbiamo fatto tardissimo. Un incidente banale tra due macchine ha bloccato il tunnel del lago poco più su, non si poteva andare ne avanti ne indietro. Sicuramente avete anche provato a chiamarmi… ma ho il telefono spento per via della batteria scarica… Scusatemi, scusatemi tanto, vi siete preoccupati?”

“Un po’, non tanto, insomma… non sapevamo cosa fare! Ma dimmi… siete voi che vendete dei bambini?”

Il papà di Lorenzo ripeteva sempre la stessa battuta, sia all’andata che al ritorno. Faceva finta di vendere Lorenzo al mattino, quando prendeva il pulmino, e faceva finta di comprarlo quando lo riportavano.

“Si, ne ho giusto uno bello riposato, ha dormito tutto il tempo!” Nadia stette allo scherzo mentre portava Lorenzo verso la porta dello scuolabus.

“Eccolo, vi piace? Costa poco!”

“Mamma! Papà!” Lorenzo era felice di vedere i genitori, più felice del solito. Saltò immediatamente in braccio al padre, poi, senza mettere piede a terra, in braccio alla madre. Stampò un lungo bacio sulla guancia della madre che, come gli ripeteva sempre il papà, i baci si danno grandi perche piccoli non vanno bene.

“Allora a domani, mi sembra tutto a posto” il papà di Lorenzo fece un cenno con la mano all’autista, come a dirgli che poteva ripartire. Mentre lo scuolabus iniziava a muoversi e la porta fece per chiudersi, da dentro schizzò fuori un gattone rossiccio, saltando in braccio a Lorenzo, che nel frattempo era stato messo a terra dalla mamma.

“E te chi sei?” chiese il padre.

“E te da dove esci fuori?” chiese Nadia.

“Isoscele! Amico mio!!” Lorenzo aveva le lacrime agli occhi dalla felicità.

“Isoscele? Conosci questo gatto? E’ amico tuo?” la mamma guardava con sospetto il gattone in braccio a Lorenzo.

“Miaooooo” fece il padre di Lorenzo, rivolgendosi ad Isoscele.

“Miaaoooo” fece Isoscele rivolgendosi al padre di Lorenzo.

“E’ una storia lunga mamma, sai c’è una Città dove abitano tanti gatti, il pulmino era fermo e vuoto e poi c’era il Capogatto… e Isoscele naturalmente, e poi io mi ero perso e lui mi ha aiutato…” Lorenzo raccontava il tutto precipitosamente per non farsi scappare i ricordi.

“Facciamo cosi” disse la mamma. “Entriamo, ti faccio un bel panino con la marmellata di more di Rodolfo e mi racconti tutto per bene. Lorenzo si leccò i baffi.

Entrarono nel vialetto verso casa, la mamma davanti, Lorenzo nel mezzo con Isoscele in braccio che faceva le fusa e il papà in fondo alla strana fila.

“Non dimenticare di raccontare alla mamma anche di Couscous” disse il padre a Lorenzo.

“E te cosa ne sai?” chiese stupito il bambino al papà.

“I papà sanno tutto. E poi sai bene che io parlo il gattese…”

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