Storia di Patricia

Una donna sorridente, vicino al marito. Una mamma felice, giovane e bella. Una donna in carriera, se pur giovane. Una laurea in Economia dei Mercati degli Intermediari Finanziari. Roma, poi – un po’ per amore, un po’ per lavoro – Milano. La storia (vera) di Patricia. Analfabeta fino ai dieci anni.

Quando ho conosciuto Patricia, a Londra, ho percepito immediatamente l’aura di una

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persona significativa. Interessante, con qualcosa da dire. Con altri colleghi abbiamo diviso una settimana di corso. Durante il giorno, in aula, loro ad ascoltare me. La sera si invertivano le parti, ed ero io ad ascoltare le loro storie. Quella di Patricia è più di una storia, è vita. Quella vera. Per scrivere questa storia – non più di un intervista in realtà – mi sono riletto i Capitani della Spiaggia di Jorge Amado. La storia – dura e struggente – di bambini di strada, a Bahia. Avevo necessità di contestualizzare ciò avevo imparato da Patricia. Per lei che ce l’ha fatta, quanti Capitani sono ora in strada?

Patricia, da dove iniziamo?

Curitiba

Mi chiamo Patricia, sono italo-brasilana. Brasiliana perchè nata e vissuta in Brasile fino ai miei dieci anni, italiana perchè adottata dalla mia stupenda famiglia. Ho trenta anni e quando devo parlare di me e della mia vita dico sempre di sentirmene addosso cinquanta. Eh si, proprio così… in soli trenta anni ho vissuto due vite completamente opposte. Ero in orfanotrofio a Curitiba nello Stato di Paranà, in Brasile e…

Aspetta, senza fretta. Che ci facevi li?

Sono cresciuta senza una mamma fino all’età di dieci anni, o almeno così credevo. Pochi mesi fa, ho conosciuto la mia mamma biologica che mi ha raccontato di avermi cresciuto fino ai miei quattro anni. Poi le sono stata tolta dagli assistenti sociali, insieme a mia sorella, perchè troppo povera.

Qual è il tuo primo ricordo?

Avevo circa sei anni. Ero piccola, molto magra con i capelli corti corti per via dei pidocchi. Mi guardavo allo specchio e non mi piacevo, vedevo riflettere l’immagine di un maschietto, mi sentivo davvero poco femminile. Mi guardavo le mani e non mi piacevo, sia perchè mi mangiavo troppo le unghie, sia perchè erano piene di verruche. Avevo sempre la tendenza a tenerle nascoste dentro le maniche, o con i pugni chiusi.

Chi c’era con te?

Ero con la mia migliore amica, si chiamava Daniel, più grande di me non solo nell’età ma anche nell’aspetto. Lei era molto per me, un’amica per la pelle. Insieme combinavamo tutte le marachelle classiche di bambine.

Quel giorno c’era il sole che splendeva, il cielo era celeste e tirava un piacevolissimo venticello. Eravamo salite sul tetto dell’istituto, ci piaceva guardare il mondo dall’alto, ci faceva sentire per un attimo libere da quelle maledette quattro mura che ci circondavano. Lei iniziò a saltare sul tetto dicendomi “Guarda! Guarda Patricia come sono brava!” e mi incoraggiava a fare altrettanto. Io ero da una parte impaurita, ma da un’altra ero incuriosita e attratta da quella trasgressione. Così iniziai anche io a saltare su quel tetto. Ci guardavamo mentre saltavamo, ridevamo. Fino a quando ad un tratto qualcosa nel tavolato del tetto ha ceduto, si è aperto un precipizio e Daniel ci è caduta dentro, nel vuoto. Fortuntamente si è rotta solo la gamba.

E ora? Dov’è Daniel?

L’ultima volta che l’ho vista è stato venti anni fa. Era il giorno in cui mamma e papà sono venuti a prendermi all’orfanotrofio per portarmi via con loro. E’ stato strano, perchè Daniel non mi disse “arrivederci” come era successo tutte le dieci volte che ero stata adottata in precedenza. Quel giorno mi ha detto “addio amica mia”. Lei, ancora prima di me, sapeva che quella famiglia sarebbe stata decisiva.

Come si viveva li?

Il contesto era poverissimo. Mangiavo una sola volta al giorno, se andava bene. Dormivo per terra sul pavimento, perchè non c’era neanche uno straccio di letto. Indossavo gli stessi vestiti per mesi e mesi, ricordo una sensazione di sporcizia, prurito alla testa per colpa dei pidocchi, verruche alle mani per colpa della sporcizia e fame… tanta fame. Vivevo in un orfanotrofio nelle favelas, era sommerso da bambini di ogni età. Ricordo queste “volontarie” che ci picchiavano, che ci spegnevano le sigarette addosso, che sfogavano le loro frustrazioni su di noi bambini nei modi più allucinanti.

Qualcuno riusciva ad uscire? A trovare una famiglia?

In quegli anni in Brasile sono stata adottata da 10 famiglie. Si proprio così, un vero pacchetto postale: venivo presa, e poi riconsegnata per svariati motivi. C’erano già dei bimbi presenti, o la famiglia in questione si rendeva conto che fare il genitore non era banale… oppure erano solo altre persone che sfogavano le loro frustrazioni su di me. Sono cresciuta con la convinzione più profonda di essere una bambina sbagliata. Non facevo che colpevolizzarmi per essere quella che ero, la bambina sbagliata che veniva presa e poi riportata all’orfanotrofio.

C’era una qualche forma di istruzione?

Fino a quando non sono stata adottata dalla mia meravigliosa famiglia italiana ero totalmente analfabeta. Non sapevo leggere e scrivere. Sapevo solo parlare il portoghese e un pò anche lo spagnolo. Passavo le mie intere giornate a giocare con la terra o con le canne di zucchero. Ovviamente non avevamo giochi.

Come hai conosciuto la tua famiglia?

La prima volta che ho incontrato i miei genitori avevo dieci anni. Ricordo che ero seduta in un angolo, da sola. Degli assistenti sono venuti a chiamarmi dicendomi che c’era l’ennesima famiglia. Erano venuti a prendermi. Io non sapevo nulla di loro, cosí come non sapevo mai delle altre famiglie. Non sapevo che erano italiani e non capivo cosa fosse la parola Italia. Capitava sempre cosi, nessuno mi interpellava, nessuno mi chiedeva se gradivo essere data in affidamento. Loro decidevano della mia vita ed a me non rimaneva che accettare. Ero sconfortata, stanca. Mi sono buttata a terra, non volevo andare, temevo – forse inconsciamente – l’ennesima delusione. Mi hanno trascinata nella stanza in cui c’erano i miei genitori, piangevo. Mi è bastato vedere mio padre e mia madre per smettere di piangere, mio padre mi ha fatto un sorrisone e mia madre piangeva a dirotto. Sono corsa tra le loro braccia, in quel momento, in uno sguardo, ho capito che sarebbero stati i miei genitori per sempre.

Cosa sarebbe successo se fossi rimasta li?

Io avevo il terrore di rimanere ancora a lungo in orfanotrofio. Tutti i giorni le “volontarie” ci ripetevano che, non appena compiuti i 14 anni, l’istituto avrebbe aperto le porte e ci avrebbero buttato per strada. Verso quindi l’unico destino di cui eravamo degne. Quello di diventare prostitute o delinquenti. A 14 anni.

Chi è tua madre?

La risposta immediata a questa domanda è ovviamente la mia dolce mamma adottiva. Lei si chiama Teresa, è una donna fantastica, una donna a cui sono molto legata e che amo incondizionatamente. Come ti dicevo prima, ho scoperto e conosciuto solo recentemente mia madre biologica. Ha avuto ed ha una vita difficile, in una condizione di degrado. Tuttavia non riesco in alcun modo a considerarla come mia madre. Non me ne faccio una colpa, semplicemente non me la ricordo. Non è con lei che sono cresciuta, non è lei la donna a cui mi sono sempre rivolta nei miei momenti difficili o nei miei momenti felici. Vista la mia storia, posso davvero confermare che una mamma è colei che ti cresce e ti dona amore, non colei che ti mette al mondo.

Finalmente una casa.

Nel 1997 la mia vita è drasticamente cambiata, sono arrivati loro, Luciano e Teresa, i miei angeli salvatori. Mi hanno prelevato dall’orfanotrofio e portato in Italia. Per la prima volta in tutta la mia vita ho conosciuto cos’era l’amore, ho avuto la possibilità di avere una mamma ed un papà che mi volessero bene e che mi accettassero per quella che ero. Sono passata dal non avere niente all’avere una famiglia, una casa, degli amici, un’istruzione. Ad avere Amore.

L’Italia.

Non è stato facile. Il mio percorso formativo è iniziato a dieci anni, è a quest’età che ho imparato a parlare, leggere e scrivere la lingua italiana, facendo una grandissima fatica. Ricordo di quando piangevo sulle ginocchia del mio papà e gli dicevo che ero stupida visto che che non riuscivo a leggere e a parlare senza commettere errori grammaticali o di pronuncia. Quanto venivo presa in giro dai miei compagni di scuola!

Cosa ti ha aiutato?

Mio padre che faceva il tifo per me e che mi incoraggiava a non demordere. E’ così che allora ho preso l’istruzione come una mia sfida personale. Volevo dimostrare a me stessa e a tutti coloro che mi avevano sempre deriso, adulti o bambini, a tutti coloro che in passato mi avevano fatto del male o che mi avevano abbandonato dicendomi che ero una bambina sbagliata, che si sbagliavano. Loro erano sbagliati, non io.

La rivincita?

Beh, un po’ si. Alle elementari ho recuperato in un anno due anni scolastici, al liceo ho scelto l’indirizzo classico perchè tra i più difficili, all’università ho scelto di laurearmi in economia finanziaria. Ho sempre rinunciato alle vacanze estive con le amiche per andare all’estero ad imparare l’inglese.

Prima è arrivato il lavoro…

Ho proseguito i miei studi con un Master di secondo livello a Tor Vergata che mi è stato finanziato dall’azienda SAS Institute, in seguito ad un colloquio di lavoro dove sono piaciuta a tal punto da voler scommettere su di me. Una volta conseguito il Master, a 26 anni, mi hanno assunta prima come Sales per le tematiche di “data Monetization” e poi come Account Manager di Ubi Banca. Qualche anno ed è arrivata una svolta: un giorno è squillato il telefono, una recruiter di Oracle mi contattava per uno colloquio conoscitivo. Ora sono qui, in questa grande multinazionale, scelta tra tanti candidati. Non sono più la ragazzina analfabeta, c’è chi crede in me e ne sono fiera.

…e poi l’amore!

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SAS mi ha lasciato il regalo più bello: mio marito. Ci siamo conosciuti sul lavoro e, tra una riunione e l’altra, abbiamo capito di essere una cosa sola. Ci siamo sposati, e dopo un po’ è arrivato Thiago. Oggi ha 2 anni, è bellissimo. Dopo tanti sacrifici e difficoltà mi sento una donna appagata, ho un marito meraviglioso, un bambino eccezionale, un lavoro per cui ho faticato tanto. Soprattutto ho una mamma e un papà che hanno reso possibile tutto questo e a cui va il mio Grazie più grande.

Patricia, se guardi indietro, a quegli anni difficili, cosa pensi?

Il mio passato… forse devo ringraziarlo. Ti sembra strano? Oggi, a trenta anni, mi ritrovo a ringraziarlo, si… proprio cosí. Ho imparato ad accettarlo, ho trasformato la povertà, il dolore, la disperazione e la cattiveria in una carica positiva verso il mondo. È grazie al mio passato che oggi sono la persona che sono, è grazie al mio passato se ho iniziato a lavorare fin da quando avevo 14 anni mentre studiavo, perchè non volevo pesare sui miei genitori. E’ grazie al mio passato se ho imparato che ogni piccolo gesto di amore e generosità ha un valore enorme.

E se invece guardi avanti?

Ho due sogni nel cassetto: il primo è di avere un giorno la possibilitá economica di aiutare materialmente posti come quello dove sono cresciuta: conosco l’effetto sui bambini – su quei bambini – di quelle cose che si danno per scontate. Un vestito nuovo e pulito, una bambola. Elementi di serenità e di una normalità mai vissuta. La speranza si alimenta anche con piccoli momenti di felicità.

E il secondo sogno?

Il mio secondo sogno nel cassetto è quello di adottare un bambino, dargli quella stessa possibilità che è stata data a me. Una seconda chance.


Quello che ho visto in Patricia mentre mi raccontava la sua Storia vale più di ogni commento, di ogni morale. Il terrore mentre pensava all’Istituto, il ribrezzo per le sue condizioni di allora. E l’enorme energia di oggi, nel poter dare quello che inizialmente non ha avuto. Soprattutto Amore. Patricia ha attraversato un inferno e ne è uscita viva e sana. I suoi occhi bambini hanno visto la bassezza della condizione umana. La vita sta provando a farsi perdonare, ma non può cancellare il passato, quel passato.

Mi chiedo – ed ho paura della risposta – quante Daniel ci siano in giro per le strade oggi. Quante volte la vita non abbia saputo o potuto farsi perdonare. Quante Patricia non abbiano saputo o potuto abbracciare un opportunità. Quanti Capitani della Spiaggia, a Bahia, a Curitiba. Quanti di loro siano qui vicino, invisibili.

“All’alba i Capitani della Spiaggia tornarono; e loro dimenticarono che non erano bambini come gli altri, che non avevano una casa ne padre ne madre, che campavano di furti come uomini fatti, che come ladri erano temuti in città. Dimenticarono tutto, e furono uguali agli altri bambini, galoppando sui destrieri della giostra, girando con le sue luci.” (Jorge Amado)


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