Dresscode

 

“Rispiegamelo n’antra vorta che nun ho capito. Che cazzo significa cravatta nera?”.

“ Ma che ne so io… so solo che sull’invito ce sta scritto così”.

“Vabbè sarà tipo ‘na festa in maschera, che tutti se devono mette ‘sta cravatta nera. ‘Na festa a tema! Ecco! Sarà ‘na festa a tema!”.

Giorgetto era felice per l’intuizione della festa. Gli sembrava l’unica spiegazione per quella frase sibillina, contenuta nel cartoncino d’invito che gli avevano dato quelli dell’agenzia.

Da quando lui e Mezzasega avevano partecipato a quello spot per promuovere il principale canale sportivo della televisione digitale per eccellenza, erano diventati due star. Li invitavano dappertutto per sentirli ripetere il tormentone che li aveva resi famosi. Feste in discoteca, tiri di coca gratis e fica fresca ogni sera. Da pericolosi ignoranti perditempo si erano trasformati in oggetti del desiderio. E ne stavano approfittando a piene mani, inconsciamente consapevoli che alla fine sarebbe finito tutto.

“Mo nnamo su gugol e vedemo” disse sicuro Mezzasega.

Ciò detto prese il tablet di ultima generazione e nel motore di ricerca digitò cravatta nera. Il browser gli restituì un’enorme mole di dati.

“Guarda la prima” suggerì Giorgetto.

Mezzasega aprì la pagina di Wikipedia che descriveva lo smoking.

“Cazzo Giorge’! Tocca fasse lo smoking! Aho cor culo grosso che te ritrovi a te te costa doppio!”.

“Fa poco lo spiritoso a stronzo! Che a te je devono da tajà le gambe che sinnò ce  ‘nciampi!”.

“Ma quanto costa ‘no smoking? Io sto a secco.”

“A Mezzase’! Ma che te sei bevuto tutto? A me un paro de piotte me so rimaste, ma me sa che me bastano solo pe mme!”.

“E allora nun c’annamo. Ma chi se li incula.”

“E bravo! Dovemo da sfruttà il momento, me l’ha detto pure mi madre. Nun famo scappa l’onda bona, che sennò poi tornamo a caricà le cassette ai mercati in mezzo ai negri. Magari rimediamo quarche altra pubblicità.”

“E coi sordi come famo? Mica posso annà da mi padre a dije che me so tirato cinque fischioni in du’ mesi! Quello me pista!”.

“Famo così. Per prima cosa vedemo quanto cazzo costa ‘sto smoking e vedemo si pper caso ciabbastano le du’ piotte mie. Poi se regolamo.”

“E come?” chiese Mezzasega allusivo.

“Come ar solito. Du strappi… che si ce dice culo bastano.”

“Ma ‘ndo li vendono li smoking?”.

“Provamo a passà da Robertina, che stà a lavorà ar magazzino quello su la circonvallazione, li c’ha comprato er vestito mi cuggino quanno s’è sposato.”

“Se po’ ffa. Magari rimediamo pure un pompino da Robertina”

Scesero dal muretto sotto ai caseggiati popolari e salirono sullo scooter di Giorgetto.

“Benza ce n’hai?”.

“Ah Mezzase’! Certo che c’è, l’amo messa ieri.”

“Si ma poi ce semo arivati a Ostia. È che nun me va de spigne.”

I due si avviarono sullo stradone assolato, mentre lo scooter faticava a prendere velocità, vista la mole dei due.

Passarono i dieci minuti del tragitto a immaginare la serata di gala che li attendeva il sabato successivo. Una festa di una famosa agenzia di pubblicità, ufficialmente di beneficenza, che sarebbe stata ripresa in televisione. Una buona occasione per stringere qualche mano importante, farsi invitare in qualche trasmissione e sperare in qualche altro spot.

Entrarono nel magazzino, che vendeva abiti da uomo a poco prezzo. I capi erano esposti su dei filari lunghissimi in mezzo ai quali si perdevano i pochi clienti e le numerose commesse.

Cercarono la loro amica e la trovarono a chiacchierare con un paio di sue colleghe.

“Ah Roberti’ eccote! N’antro po’ e se n’annavamo! Ma ndocazzo stavi!” disse Giorgetto alla sua amica, ridendo.

“Ammazza quanta fica ce ‘sta qua dentro! Quasi quasi me ce trasferisco, che ‘sta pure l’aria condizionata!” aggiunse Mezzasega guardando platealmente le due colleghe di Robertina.

“Anvedi chi c’è! E chi pensava che potevate passà! Che sete venuti a ffà?” Robertina presentò alle sue amiche le celebrità del momento, orgogliosa di essere così vicina a due che si vedevano in televisione a ogni break pubblicitario.

Le due colleghe della ragazza, più vecchie dei vent’anni dei due ragazzi e di Robertina, si diedero di gomito, come a sottolineare l’importanza del momento. Avrebbero avuto da raccontare qualcosa in pausa pranzo.

“Semo venuti a vedè si c’avevi du’ smoking. Che sai, ci hanno invitato a una festa importante e tocca vestisse bene” scoattò Mezzasega per fare colpo.

“Smoking! Cazzo Mezzase’ sete diventati importanti! Mo a noi dell’iaccippi[1] ce sputate sopra!” li blandì Robertina. “Comunque pe lo smoking ve posso portà ar piano de sopra, c’è la cerimonia e quarcosa troveno de sicuro.”

Mentre si avviavano alle scale Robertina fu trattenuta dalle colleghe che le dissero qualcosa all’orecchio. La ragazza sorrise e si  rivolse ai due, con fare complice, abbassando il tono della voce.

“Nun è che c’avete quarcosa pe nnoi?” disse, tirando su rumorosamente col naso. “Che pe passà tutto er pomeriggio qua dentro serve un aiutino.”

Giorgetto e Mezzasega si guardarono.

“Boh, forse qualcosa, ma poca robba. E ppe noi che c’è?” rilanciò Giorgetto.

“Soldi no… ma magari un lavoretto lo rimediate” disse Robertina, arrochita.

Condusse i due dentro i camerini di prova e le due colleghe si accodarono silenziose. Robertina rimase all’interno del negozio per verificare che non si avvicinasse nessuno.

“Però sbrigateve.”

Mezzasega tirò fuori uno specchietto quadrato di una decina di centimetri di lato. Prese dalla tasca posteriore dei jeans una bustina di carta, dentro la quale c’era una seconda bustina di plastica trasparente, all’interno ciò che era rimasto dal festino della sera prima a Ostia. Fece correre con mano esperta il sacchetto e da un forellino della bustina uscirono due strisce sottili di polvere bianca.

“Rega’, daje. Nun è molta, ma è bbona” disse.

Nel frattempo Giorgetto si era aperto i pantaloni, calandoseli fino alle ginocchia insieme alle mutande.

Le due ragazze, usando una piccola cannuccia, sniffarono velocemente una pista per uno.

“Mo’ tocca a voi” disse Mezzasega aprendosi i pantaloni e appoggiandosi al muro del camerino.

“Aho sbrigateve, che tra un po’ ariva gente” sollecitò Robertina dall’ingresso dei camerini.

Il primo a venire fu Mezzasega, rendendo ancora una volta onore al suo soprannome. Mentre si rivestiva, Giorgetto sbuffò velocemente e venne.

“Aho, t’ho fregato pure stavorta Mezzase’!” prese in giro l’amico.

Le due ragazze si ricomposero e uscirono silenziose dal camerino, intente a godersi la botta della cocaina.

Entrò rapida Robertina al loro posto, a reclamare la sua parte.

Mezzasega preparò esperto una striscia di polvere bianca anche per lei, che sparì con la stessa velocità con la quale si era materializzata sullo specchietto.

“Avanzamo ‘na pompa Roberti’, nun te lo scordà.”

“Quanno voi Giorgiè, lo sai. Mo nnamo su che vedemo che c’è da fare pe ‘sto smoking.”

Salirono le scale che separavano il reparto di abiti a poco prezzo per entrare in quello che vendeva abiti da cerimonia. Furono presentati ad un commesso di mezza età, grassoccio e untuoso nei modi e sul colletto della camicia, residuo forse di una abbondante sudata nel percorso in metropolitana che doveva aver fatto quella mattina.

Mostrò loro l’unico modello di smoking che vendevano.

“Poi magari se lo provamo” disse Giorgetto. “Ma tanto per capire… quanto costa?”

“Seicento. Poi certo, ci dovete aggiungere camicia, scarpe e calze. Il papillon e le riparazioni sono omaggio della casa” li informò il commesso, ingolosito dalla possibilità di vendere i due abiti.

“Cazzo, serve ‘na testa per uno!” esclamò Mezzasega, realizzando che i duecento euro che avevano non sarebbero bastati nemmeno per un paio di scarpe.

“Magari un po’ di sconto ve lo faccio fare” rilanciò il commesso.

“Famo così: mo ce prendi le misure, che tanto poi er sarto dovrà sicuramente mettece le mano, noi lasciamo un anticipo e quanno che venimo a pijaccelo te finimo de pagà.”

“Nessun problema” trionfò il commesso. Due smoking in un colpo solo. Sarebbe balzato in testa alle classifiche di vendita.

Si dovette poi guadagnare tanta fortuna faticando non poco a prendere le strane misure dei due. Era tanto grosso nel suo poderoso posteriore Giorgetto, pur piccolo in tutto il resto del corpo, quanto corto di gambe e lungo di braccia il suo compare Mezzasega. Pur alti uguali avevano il punto vita a un’altezza completamente diversa. Quando erano vicini l’uno all’altro sembravano una caricatura.

Uscirono dal negozio esausti dal caldo e dalle numerose prove che avevano dovuto fare per mettere a punto i loro smoking. Il sole era ancora caldo, anche se notevolmente più basso sull’orizzonte.

“Che famo Giorge’? Semo rimasti in bianco e fra tre giorni tocca venì a pagà il resto. Oltretutto c’ho pure fame.”

“’Nnamo al garage del centro commerciale. Aspettamo de fori, che prima o poi quarcheduno di interessante ci passa di sicuro. Se calamo na pista, lo seguimo cor motore e come svorta je famo er pezzo de la rota.”

Giorgetto stava pianificando il colpo della ruota bucata. Identificata una vittima potenziale, di solito donna, di mezza età, con una macchina decente, si seguiva per un po’ e, superandola, le si faceva notare che aveva una ruota a terra. La donna si fermava per verificare e a quel punto si entrava in azione. Di solito le donne lasciavano la borsa sul sedile accanto al guidatore, incustodita nel momento in cui si chinavano per guardare la ruota. E in quel mentre  bastava poco per sottrarre la borsa ed andarsene.

“Nun lo potemo fa più Giorgiè, che te sei rincojonito? Le facce nostre stanno in televisione ogni tre per due, ce beccano ar volo.”

“E ciai ragione Mezzase’! Cazzo si c’hai ragione. E mò? O se famo du negozi… o se li famo anticipa’ da Geppetto. Poi però tocca ridajene de ppiù.”

“No, da Geppetto no, quello gira co’ du’ albanesi che solo a guardalli me sento male. Si nun je li ridai in tempo quelli te vengono a cerca’… no, da Geppetto mejo de no.”

Rimasero a parlare seduti sullo scooter, formulando svariate ipotesi per rimediare i duemila euro che gli servivano per pagare i vestiti.

“L’unica è tornà allo strappo, se mettemo il casco, chi ce riconosce?”.

“Troppi ne dovemo fa’ per arzà dumila euri. Però me sa che è davero l’unica”.

Si spostarono di quartiere, passando davanti a banche e uffici postali, aspettando di trovare la persona adatta da seguire e colpire. Dopo un paio d’ore e un paio di piste di coca, dalla banca in fondo al viale principale uscì una signora elegante, che uscendo teneva la borsa ben stretta al petto. I due si guardarono e sorrisero, sembrava il bersaglio adatto.

La videro salire in macchina, una piccola citycar molto di moda. Iniziarono a seguirla, sperando che non s’infilasse in qualche garage. Furono fortunati, la signora fermò la macchina in doppia fila davanti ad un gruppo di negozi. I due decisero di aspettare che avesse terminato di fare le sue commissioni, si calzarono bene i caschi e si posizionarono ad una decina di metri di distanza, tra due macchine in sosta.

Non appena la signora uscì dall’alimentari con la busta della spesa piena, i due accesero lo scooter e si avviarono lentamente, parlottando tra loro per simulare indifferenza.

La signora aprì il piccolo bagagliaio della citycar e mentre era intenta a sistemare la busta si sentì sfiorare la spalla. Nello stesso momento in cui si girò, Mezzasega la colpì con una violenta testata. Il casco che indossava fece un rumore sinistro. La signora crollò a terra, Giorgetto prelevò la borsa e risalì sullo scooter. Fecero due isolati, poi si fermarono a togliere lo scotch da pacchi che avevano messo sulla targa per evitare che qualcuno potesse risalire al mezzo che avevano utilizzato.

Parcheggiarono lo scooter davanti alla fermata della metropolitana, in mezzo a decine di motorini uguali al loro. Presero la metro fino a casa, dove avrebbero controllato e diviso il bottino. Sarebbero passati a riprendersi lo scooter nella serata, dopo essersi cambiati la maglia. Meglio evitare che qualche pattuglia, avvertita via radio della rapina e di com’erano vestiti, li fermasse per un controllo. Fatti di coca come erano, avrebbero avuto difficoltà a superare l’esame.

 

La sera Mezzasega citofonò all’amico verso le venti e trenta.

“Signora che dice a Giorgetto se scenne?”.

“Vuoi salire un attimo? Se sta a fa’ la doccia.”

“Grazie signora ma aspetto de sotto che faccio du’ telefonate.”

Si sedette sul muretto davanti al portone dell’amico, i piedi appoggiati sul cofano di una delle macchine parcheggiate.

Attese fumando una sigaretta dietro l’altra, e, quando il portone si aprì, aggredì verbalmente l’amico.

“Daje Giorge’ nnamo! Ma quanto te ce vole? Ho fatto la colla qua sotto!”.

“E potevi salì, così non stavi pe’ strada.”

“E che te devo da parlà. Ma da solo. E poi dovemo annà a riprende il motorino.”

“Di. Che c’è?” chiese Giorgetto, incuriosito dal tono dimesso dell’amico.

“Hai visto il telegiornale?”.

“Ma chi se lo guarda, tutte stronzate. Me stavo a fa’ la doccia.”

“La signora, quella de oggi” disse Mezzasega, a tono basso.

“Mbè? Che te fa schifo? Amo arzato tre fischioni con ’na botta sola, che volevi de più?”.

“È morta Giorge’! L’avemo fatta secca”.

“Cazzo cazzo! Ma quanto je l’hai data forte ‘sta capocciata? A Mezzase’! Me sa che da oggi te chiamo Testadura! Ma che hanno detto altro al telegiornale? Ci ha visto qualcuno? Ce stanno a cercà?”. Giorgetto era passato dall’euforia alla paura in pochi istanti.

“No, pare de no. Dicono che solo uno c’ha visto, da lontano. Ha raccontato come so’ annate le cose e che poi è annato da quella, ma che era già morta” il tono di Mezzasega era più basso del solito.

“E che te stai a preoccupà allora! Per la signora … cazzi sua, ormai è fatta. Pace all’anima sua.”

“La fai facile te. La capocciata je l’ho data io. Mi madre mentre guardava il telegiornale ha detto certe cose che se sapesse che semo stati noi…” Mezzasega era visibilmente scosso da quanto accaduto nel pomeriggio.

“Daje Mezzase’. Tirate su, che nun te posso vedè che stai così. Mo’ nnamo a ripijà lo sccoter, poi se fermamo dal Cocacola e se famo da’ du piotte de roba che stasera nun dovemo piagne, dovemo festeggià!”.

Mezzasega non sembrava convinto dal programma dell’amico, ma presto il desiderio dello sballo serale gli fece passare il cattivo umore.

I tre giorni che mancavano alla festa passarono velocemente, Giorgetto e Mezzasega dimenticarono le paure e se la ridevano leggendo gli articoli sul giornale. Erano descritti come assassini e l’aggressione era definita brutale. Questo generale riconoscimento di forza li rendeva fieri.

Andarono nel primo pomeriggio a ritirare gli smoking al negozio. Le  colleghe di Robertina li stavano aspettando, sperando di rimediare un po’ di sballo per reggere il sabato pomeriggio. I due amici però non le filarono perché avevano fretta di prendere i vestiti e tornare a casa a prepararsi. E poi perché avevano favoleggiato tra loro della festa di quella sera, aspettandosi fiumi di alcol, laghi di coca e oceani di fica.

Non fu semplice tornare a casa con lo scooter, erano carichi dei pacchetti e dei vestiti. Diverse volte dovettero tornare indietro a prendere qualcosa che era caduto dalle mani di Mezzasega. Uno dei mocassini neri si rigò da una parte rotolando in mezzo alla strada. Si prepararono a casa di Giorgetto, la cui mamma aveva lavorato come parrucchiera per qualche tempo e poteva aiutarli a sistemarsi i capelli.

Appena pronti si guardarono allo specchio e si trovarono irresistibili. Merito probabilmente dell’uso smodato di cocaina che avevano fatto nel pomeriggio, per arrivare alla sera già ben rodati.

Discussero sul come dovevano arrivare in centro. Mezzasega voleva prendere un taxi, mentre Giorgetto era contrario, sprecare denaro per andare e tornare gli sembrava una fesseria.

Alla fine la spuntò Giorgetto, che aveva minacciato di andare da solo con lo scooter. Mezzasega, per non dover pagare da solo il taxi, capitolò.

Arrivarono con un po’ di ritardo. Lo spettacolo dei due amici in smoking sullo scooter deliziò la calda serata romana. Decisero di legare il motorino ad un palo della luce poco distante dall’ingresso del locale e Mezzasega si pulì le mani sul lato dei pantaloni. Furono intercettati da una troupe televisiva in cerca di volti noti da intervistare, alla quale non parve vero di vedere i due conciati in quella maniera. Mentre camminavano verso il locale il giovane freelance mise il microfono davanti alla bocca di Giorgetto

“Due parole per gli spettatori di FestaOggi : chi vi ha vestito stasera?  Ferrè?”.

“Io me so vestito da solo” rispose stonato Giorgetto, in un moto di umorismo involontario.

“Grandi! E ditemi, in esclusiva per i nostri spettatori volete ripeterci…”

“Che fai non ti abboni?” iniziò cantilenante Mezzasega posando per la telecamera come nello spot.

“Allora sei finto” concluse Giorgetto.

“Grandissimi!! Grazie!!” concluse esagerato il giornalista. Poi iniziò a correre per intercettare il sottosegretario alla Cultura a braccetto con una bionda che aveva almeno trenta anni in meno e trenta centimentri in più di lui.

“Anvedi quanta gente” disse sottovoce Giorgetto.

“Dimme un po’ Giorge’… ma perché lo smoking ce l’avemo solo noi? Che cazzo, ce stanno a guardà tutti!”.

“E che ne so … Me sa che avemo fatto ‘na cazzata.”

Mentre parlavano, il proprietario dell’agenzia che li aveva proposti per lo spot e che li aveva invitati alla festa, li raggiunse radioso.

“A bbelli! State benissimo! Bravi! L’avevo detto io che sareste stati benissimo in smoking!”

“Ma noi pensavamo che tutti… ”

“È una trovata dei miei creativi… dicevano che così tutti avrebbero parlato di voi, e, da come vi guardano, direi che avevano ragione. Siete… veri. Si vede lontano un miglio che è la prima volta che mettete uno smoking, e che ve lo siete comprati per l’occasione. Ma siete veri, due veri coatti della periferia romana che cercano di scalare la società ottusa e corpulenta. Adesso andate a divertirvi, e siate voi stessi.”

Vennero liquidati dal proprietario dell’agenzia con una strizzata d’occhi.

I due amici si guardarono.

“Che cazzo ha detto? Che voleva di’?”

“Ma che ne so, Giorge’! Nnamo, dai, imboccamo dentro, che me sa che ce sta un sacco de gente”. La serata si presentava splendida.

“Hai visto chi c’è? Guarda là … e là …” Giorgetto e Mezzasega erano intimoriti da tanti visi noti intorno a loro. Diverse ragazze giovanissime erano vestite con pochi centimetri quadrati di stoffa, e alcune di loro erano stonate. Almeno quanto lo erano i due ragazzi.

Si avvicinarono all’enorme buffet e si servirono dei piatti che avrebbero sfamato mezzo Burkina Faso. Sequestrarono diversi bicchieri di champagne ai tanti camerieri itineranti per la grande sala.

“Ammazza se è bono” ripeteva Mezzasega scolandosi il terzo bicchiere in pochi secondi. “E co ‘sto caldo va giù che è una meraviglia.”

 

Giorgetto sembrava paralizzato dalla presenza davanti a lui di una famosa attrice, sempre impegnata in ruoli di moglie abbandonata o di donna stuprata. Vista da vicino la sua monoespressione televisiva si rivelava come frutto di acidi.

Un paio di modelle si fecero riprendere vicino a loro due, imitando per i fotografi le posizioni che i due amici avevano nel famoso spot.

Dopo una mezz’ora i due erano completamente ubriachi. La camicia bianca di Mezzasega era macchiata da un paio di strisciate scure, probabilmente caviale. Giorgetto aveva perso il papillon. Entrambi sudavano copiosamente. Da attrazione della festa si stavano trasformando in mine vaganti. Non si accorsero che la security aveva iniziato a controllarli, seppur con discrezione, da vicino.

Andarono in bagno per darsi una lavata alla faccia e per darsi un po’ di carica. Con loro c’era una bionda di origine finlandese che era alla festa insieme ad un famoso presentatore, che avrebbe potuto essere suo nonno. La bionda era momentaneamente sola, il presentatore l’aveva mollata per parlare in santa pace con un politico normalmente invitato nei salotti buoni della televisione di stato a rappresentare l’opposizione.

Si fecero un paio di piste per uno, quanto bastava per tornare la dentro con maggiore sicurezza. Mezzasega continuava a bere senza ritegno, mentre Giorgetto sembrava più attratto dalle scollature delle tante modelle presenti. Aveva sempre in mano un piattino che provvedeva a riempire con regolarità da maratoneta con cose delle quali fino ad allora aveva ignorato l’esistenza, e che ora gli stavano diventando familiari.

Prese la parola il ministro della Difesa, si congratulò brevemente con  l’organizzazione di quella serata, il cui scopo benefico, a suo dire, nobilitava l’impegno dei tanti presenti. Per primo fece il gesto di staccare un assegno per la nobile causa. Fu applaudito in maniera convinta, poi tutti tornarono a bere e a mangiare.

Giorgetto iniziò a sentirsi male mentre il ministro parlava. Sentiva un piccolo dolore alla parte bassa dell’intestino, come un crampo  addominale. Inizialmente ignorò i segnali che  il suo corpo gli stava mandando, credendo di poter resistere. La sensazione di dolore però aumentava di minuto in minuto e si localizzava sempre più in alto, fermandosi infine, irresistibile, alla bocca dello stomaco.

Senza rendersene conto, Giorgetto fiottò un primo spruzzo di vomito verdastro sulle spalle dell’amministratore delegato di una grande azienda telefonica, rovinandogli per sempre la mirabile giacca di lino misto seta. Il resto di quanto aveva nello stomaco finì a terra, tra le grida di orrore dei presenti più prossimi. Mezzasega non sembrava preoccupato della piega che stava prendendola serata. Rideva, felice. Non era la prima volta che vedeva Giorgetto vomitare.

Furono cacciati dalla festa con discrezione, la sicurezza mascherò l’espulsione dalla buona società con l’intervento di un medico.

Mentre Giorgetto si riprendeva e Mezzasega continuava a ridersela, furono raggiunti dal proprietario dell’agenzia che li rimproverò bonariamente.

“Beh, forse avete esagerato un po’, mi sa che per qualche tempo non vi inviteranno più alle feste vip. Però bravi, siete stati voi stessi. Fatevi sentire settimana prossima, che forse qualcosa per voi ce l’ho”

Sparì nei saloni della festa, leggero e sobrio come era entrato.

Mezzasega e Giorgetto aspettarono qualche minuto, poi uscirono in strada per riprendere lo scooter e tornarsene a casa.

“Ce la fai a guidà?” chiese Giorgetto. “Io me sa de no.”

“Tranquillo, sto a posto, se nun era pè te stavo ancora dentro a beve. Cazzo nun ho mai visto tanta roba.”

Così dicendo Mezzasega slegò dal palo della luce lo scooter e lo mise in moto. Fece salire l’amico e guardò indietro un ultima volta, come a salutare il locale che li aveva accolti quella sera.

“Se semo divertiti vero Giorgè?” chiese all’amico.

“Cazzo sì.”

Mezzasega alzò la mano per togliersi il papillon, gli dava fastidio. Sollevò il mento e girò la testa per facilitare l’operazione.

Fu per questo che non si accorse dello stop e dell’autobus della linea seicentosessantuno, notturna, che proveniva dalla sua sinistra.

 

 

[1] IACP Istituto Autonomo Case Popolari (NdA)copertina2

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