Via delle Mantellate

È una di quelle giornate del cazzo, iniziata male e che finirà peggio. Come mi sono affacciato ho visto ‘sto cielo metà azzurro e metà nero, nemmeno fosse un ultras bergamasco. La parte destra del cielo, proprio sopra il deposito dell’ATAC, è coperta da striature nere, lunghe come le dita ossute della strega di Biancaneve. Ho guardato a sinistra e lì invece il cielo era azzurro trasmissioni, terso e pulito come il culo di un bambino col pannolino appena messo. Il vento in quota sembra spingere le dita verso l’azzurro, come se la strega volesse ghermire il bel tempo, rovinandomi la giornata. Già non ho voglia di muovermi a quest’ora, preferirei starmene a poltrire tra le lenzuola per un paio d’ore, a dormicchiare e sentire la radio. Poi ci sarebbe la colazione e la litigata mattutina con Rosa, povera donna.
E invece mi tocca uscire, è martedì e se non mi muovo subito perdo tutta la mattina.
Per arrivare a destinazione mi ci vuole una mezz’oretta, prendo l’autobus sotto casa al capolinea. È così presto che ci sono solo facce peggio della mia, egiziani che vanno ad aprire qualche pizzeria a taglio, rumene che vanno a servizio da qualche signora bene e un paio di pensionati che si sono vestiti eleganti perché devono andare alla posta a ritirare la pensione. Che poi per prendere la pensione potrebbero anche uscire più tardi ma forse hanno paura di non trovarla.

Il seicentosessantuno parte puntualmente in ritardo, mi siedo al centro, sto attaccato al vetro, un po’ guardo fuori, un po’ dormicchio. Ad ogni fermata entra qualcuno, viste le facce potremmo essere dovunque nel mondo. Mi sa che, a parte i pensionati, io sono l’unico italiano. Che poi non me ne frega niente, il lavoro non ce l’ho quindi non me lo possono portare via. E la donna che ho, Rosa, di certo non me la vogliono fregare. Che poi ‘sta storia che si fregano lavoro e donne vorrei sapere chi l’ha messa in giro. Che a fregare gli altri siamo più bravi noi. Cioè a fregare nel senso di ingannare, di tradire… perché in effetti a rubare sono molto più bravi zingari e rumeni, che poi sono la stessa cosa. Si vede che hanno talento e coraggio, sono veloci e invisibili.

Mi sa che mi sono addormentato di brutto perché ho la bavetta alla bocca e la testa appoggiata al vetro. I capelli hanno pulito la patina di umidità e mi si sono schiacciati. C’è anche parecchia più gente sull’autobus, si vede che siamo quasi arrivati.
Scendo a lungotevere, passo davanti a via Giulia, e, come tutti i martedì, mi fermo all’angolo a guardare la vetrina del negozio di serramenti. Maniglie, pomelli,
chiavi, placche per gli interruttori, cerniere. Tutte le volte che mi fermo torno a sorprendermi e a chiedermi chi compra tutta ‘sta roba, che mi piacerebbe averne a casa. Da queste cose si vede chi ha soldi da spendere e chi invece non ne ha. Noi non ci siamo mai chiesti di che colore dovevano essere le placche degli interruttori, né che sfumatura dovessero avere le maniglie delle porte. È già tanto se le maniglie funzionano, se aprono e chiudono. Per gli interruttori poi è già tanto se provando ad accendere la luce, non salta il contatore. Mi devo ricordare di dare un’occhiata alla presa sotto al letto, che ogni volta che accendo la lampada sento odore di plastica bruciata. Mi piacerebbe lavorare qui, deve essere bello.

Come tutti i martedì attraverso Ponte Sisto fino a piazza Trilussa. Non è più prestissimo, inizia ad esserci gente in giro. Le macchine sembrano felici di poter rombare sulla strada, ancora una mezz’ora e poi qui sarà un muro di lamiere che si contenderanno venti centimetri. Signore che si rifanno il trucco guardandosi nello specchietto retrovisore, uomini che guardano violenti il vicino di macchina, pronti a dare la vita per guadagnare prima di lui quel pezzetto di asfalto che si libera. Timidi impiegati che per un parcheggio sono disposti a litigare per strada, che poi ogni tanto ci scappa il morto e si legge la notizia sul giornale.
Ponte Sisto e Piazza Trilussa si presentano col loro aspetto da mattina. Reduci dalla serata alcolica e dall’ennesima notte bianca, guardano indifferenti i passanti. Ancora non si sono rifatti il trucco, vorrebbero solo dormire un po’. Hanno occhiaie profonde, nere di smog, e l’alito di chi si è appena svegliato dopo una nottata di birra e sigarette. Niente doccia stamattina, che l’AMA è in sciopero, se ne staranno tutto il giorno con lo stesso vestito di ieri, puzzando più del solito. Poi arriverà il tramonto, la poca luce nasconderà i cocci e le carte, arriveranno gli ambulanti a coprire, con la loro colorata mercanzia, strada e scale. Turisti e romani in cerca del solito locale si mescoleranno e ponte Sisto e Piazza Trilussa indosseranno il loro vestito migliore, scintillante di occhiate tra giovani, tinto dalle mille razze che affollano Roma e odoroso di kebab, di fumo e di umido tra i sampietrini.

Percorro l’ultimo pezzo di strada camminando veloce. Potrei prendere un secondo autobus per un paio di fermate ma faccio prima a piedi. Da Ponte Sisto a Ponte Mazzini ci metto meno di dieci minuti, mi servono per riflettere su ciò che devo dire e per rimandare il momento.
Arrivato a Ponte Mazzini attraverso la strada e scendo le scalette che mi portano a Via della Lungara, due passi e giro a sinistra per via delle Mantellate. Il portone è ancora chiuso, e, come al solito, ci sono poche persone in fila ad aspettare che apra. Più tardi saranno molte di più e per entrare ci vorranno un paio d’ore. Arrivando presto, prima delle otto meno un quarto, si può sperare di entrare col primo turno. Mi metto in fila, davanti a me una donna di una quarantina d’anni e una di una settantina. Secondo me sono madre e figlia, anche se non parlano tra loro, la più giovane fuma nervosamente, la vecchia si guarda intorno, stupita di essere lì a fare la fila per entrare. La giovane ha un pacco, i soliti generi alimentari e la biancheria.

Il portone si apre alle otto in punto, si salgono sei gradini in pietra e si entra nel posto più squallido del mondo. Uno stanzone grigio, illuminato da un neon sfocato. Alle pareti decine e decine di avvisi, tutti con la stessa firma, che ricordano ai visitatori le regole di comportamento. Niente oggetti nelle tasche, niente borse, per i pacchi da lasciare ci sono prescrizioni incomprensibili. Il pesce deve essere privo di lisca e di testa, per ogni genere alimentare è consentito solo un determinato peso, certe verdure sì e certe no. Non si possono lasciare capi firmati. Firmati da chi? E se la firma non la conosce nessuno?
Nello stanzone ci sono tre sportelli tipo quelli delle poste, con dietro una guardia penitenziaria. Al primo si fa la fila per lasciare il proprio documento, per verificare che si sia nella lista di coloro ai quali è permessa la visita e per far chiamare il proprio congiunto. Al secondo si fa la fila per ottenere la chiave di un armadietto nel quale lasciare tutti i propri effetti personali. Al terzo si fa la fila per lasciare dei soldi sul conto del detenuto. Pochi euro che lo aiutano a sopravvivere a Regina Coeli. Io non ne lascio, ci pensa Rosa il venerdì, è compito suo.
Poi mi siedo e aspetto che inizino a chiamare. Sulla panca di legno, che sta tra gli sportelli e la feritoia del deposito pacchi, siamo seduti in pochi. Manca mezz’ora all’orario previsto per le visite, sarò tra i primi e devo aspettare. La stanza nel frattempo lentamente si popola. Vicino alla signora di settant’anni ed alla figlia è seduta un donnone enorme, coperta di bracciali e anelli. Porta zoccoli e la classica gonna lunga a fiori delle zingare. Ha le unghie nere. La vecchia sta seduta schiacciandosi sulla figlia, come a tenere lontano la zingara. Ha lo sguardo vigile, come se la nomade potesse sfilargli qualcosa dalle tasche vuote, o forse è solo che puzza parecchio ed alla vecchia da fastidio. Scivolo sulla destra della panca, lasciando qualche centimetro in più alla coppia madrefiglia silenziosa. Sarà sonno o rancore quello che le silenzia? La più giovane mi guarda e sorride, lo sguardo mutamente complice, come di chi ha capito che sono dalla sua parte, contro l’invasione della panca da parte della zingara. Un muto ringraziamento al quale rispondo girandomi dall’altra parte, io non parteggio per nessuno in questa guerra. Mi faccio i cazzi miei.
La pesante porta di metallo grigio di fronte a noi viene schiavata rumorosamente. La chiave con la quale il secondino la apre è di quelle grosse, un cilindro di metallo che potrebbe tranquillamente essere scambiato per uno sfollagente. La porta si richiude senza grazia dietro alle spalle di questa guardia che è un po’ carcerata anche lei. Il rumore della porta che si chiude ricorda a tutti che di porte aperte in questo posto non ce ne sono e non ce ne saranno. Ora devo solo aspettare che chiamino. Tra poco. La guardia starà guardando l’elenco che gli è stato consegnato dal suo collega, verificherà che i detenuti a colloquio siano stati fatti scendere. Preparerà la lista dei visitatori di sesso maschile sull’apposito modulo. Appena tutto sarà pronto, alle otto e mezzo, puntuale, accenderà il microfono, aprirà la porta di metallo e leggerà, uno alla volta, i cognomi dei detenuti per i quali è stato richiesto colloquio, in rigoroso ordine di arrivo.
Nella sala d’aspetto il nome chiamato assorda i presenti. Tutti i martedì mi chiedo perché il volume dell’impianto debba essere regolato al massimo e i nomi vengano urlati con una malagrazia non necessaria, riempiendo la stanza in maniera fastidiosa. Mi chiedo se è giusto che tutti debbano sapere il cognome del detenuto, mi chiedo se la vecchia si vergogni di sentire il nome del suo parente urlato in faccia ai presenti. Quando urlano il mio cognome mi alzo, mi avvicino alla porta. Più che il nome urlato mi dà un po’ fastidio la perquisizione, fatta in maniera un po’ teatrale e senza un minimo di delicatezza. Anche se sono il padre del detenuto credo di meritare un minimo di rispetto in più. Poi mi rendo conto che l’agente che sta verificando che io non abbia in tasca lame o mitragliatori ha l’età della pensione. Tutto il giorno non fa che tastare i culi di quelli che entrano a visita. Io da qua dentro esco tra un’ora, lui no. Mi sa che quella mancanza di delicatezza ha una ragione.

Appena entra l’ultimo della lista del primo turno viene chiusa la pesante porta di metallo. Ora siamo tutti dentro, carcerati senza condanna, un’ora a condividere le pene e le speranza di chi invece sta dentro per qualche motivo, vero o presunto che sia.
Col solito rumore di chiavi si apre la porta interna che dà sui parlatori. Ce ne sono diversi, alla destra e alla sinistra del piccolo corridoio dal quale si accede dalla stanza della chiama. Siamo il primo turno, quindi ci tocca l’ultimo parlatorio, quello più interno. Prima di poterci entrare si deve chiudere alle nostre spalle la porta d’ingresso, che le regole sono sempre le stesse: mai due porte aperte in contemporanea e chiuderle con il massimo rumore, che si ricordi bene.
I detenuti a colloquio sono già ai loro posti, dietro un fisso bancone di legno scuro, graffiato da secoli di visite. Ognuno ha uno spazio di un metro e mezzo, quanto basta a tre persone per star sedute su una piccola panchina di fronte a loro. Dentro lo stanzone c’è un clamore assordante, i detenuti sono solo otto e i visitatori una decina ma sembra di stare allo stadio in curva, impossibile sentire cosa dice il tuo vicino.
Stringo mio figlio in un abbraccio zoppo, io da una parte e lui dall’altra del bancone. Lo bacio e lo tengo stretto silenzioso. Da quando è dentro si è dimagrito, ma non sembra stare male. Ha un pessimo taglio di capelli, lui ci scherza, dice che il turco che fa il barbiere è uscito e ora se li fa fare da un marocchino che sta dentro per spaccio.
Mi versa il caffè da dentro una bottiglietta, è caldo, so che gli fa piacere prenderlo insieme, forse è un idiota momento di normalità dentro un’alienazione dalla vita reale. È caldo, è buono.

La vecchia e la figlia sono davanti ad un ragazzo giovane, avrà vent’anni, sembra un tipo per bene, chissà che ha fatto. Vorrei chiederlo a mio figlio, ma so che mi risponderebbe con un alzata di spalle.
Un ora di colloquio è lunga se non hai nulla da dirti. Ci scambiamo solo poche frasi. Come sta mamma, hai parlato con l’avvocato, ti serve qualcosa, quanto manca alla prossima udienza. Qualche notizia sugli amici o sui parenti. Come ve la cavate? Come ce la caviamo? Noi?
Poche frasi, poi il silenzio. Non è però un silenzio imbarazzato o colpevole, è un silenzio condiviso. Siamo seduti, uno di fronte all’altro, la sua mano grande a coprire la mia. Ha sempre avuto le mani grandi mio figlio. In realtà è tutto grande, alto e massiccio, con le mani nodose di chi ha frequentato più i cantieri che i banchi di scuola. Non ha preso da me, sono più minuto. La madre invece è più robusta. Abbiamo poca differenza di età, visto che è nato che io ero poco più che un ragazzino. Non sembra mio figlio e a volte mi hanno scambiato per il fratello maggiore. Lui sembra più vecchio e io più giovane.
Ci guardiamo in silenzio, aspettando che i minuti passino. Ogni tanto una frase, un gesto col mento a farmi notare qualcosa, la faccia di un visitatore o di un detenuto. Dalla mano passa un calore familiare. Da quella mano mi sono sentito protetto, io, padre, protetto da lui, figlio. Un rapporto inverso, generato dalla mia debolezza e dalla sua forza. Quante volte mi ha aiutato, quante volte mi ha tirato fuori dai guai senza dirmi nulla, senza rimprovero. Ho sempre saputo che c’era, che era con me, solidale, rappresentando per la famiglia quello che avrebbe dovuto essere il mio ruolo.
Mi ha protetto, quando ho smesso di lavorare. Non potevo andare più in cantiere, dopo la caduta dall’impalcatura nessuno si è fidato più di me. Al posto mio è andato lui, la spesa la facevamo con il suo salario, non con il mio. Quando avevo bisogno di qualcosa chiedevo a lui. Vedrai, mi diceva, in qualche maniera facciamo. Mi lasciava senza dirmi nulla dei soldi nel portafoglio, che non mi sentissi umiliato a chiederli. All’inizio mi dava fastidio, poi mi sono abituato. Mi sono sentito debole e protetto da un figlio generoso.
Da quella mano mi sono sentito anche escluso, quando non mi ha raccontato le sue storie, quando mi sono accorto che non poteva essere solo merito del lavoro in cantiere se aveva le tasche piene. Mi sono sentito escluso perché quando gli chiedevo che faceva mi diceva di starne fuori. Stanne fuori. Stanne fuori. Me lo diceva convinto, non ammetteva replica. Non l’ho protetto, non sono stato capace, non ho capito che ne aveva bisogno, lo dovevo proteggere da se stesso e non l’ho fatto. E forse non l’ho fatto perché in fondo avevo il frigorifero pieno e non mi doveva interessare da dove venivano i soldi per riempirlo.

La mano di mio figlio si sposta, solo un secondo prima che la porta dei secondini si apra, come se un sesto senso lo avesse avvertito che era ora di andare. Mi alzo, lo abbraccio. Senza dirci nulla ci guardiamo. Gli dico che ci vediamo la prossima settimana, lui mi dice, al solito, di starne fuori. Stanne fuori.
Esco guardandomi indietro, lui invece rientra senza girarsi. Firmo il modulo di uscita, mi riprendo portafogli e chiavi di casa dall’armadietto e il documento dallo sportello. La vecchia e la figlia si separano velocemente, la più giovane saluta, deve correre in ufficio.
Appena fuori mi rendo conto che le dita della strega cattiva di Biancaneve si sono prese la parte di cielo azzurro. Ancora non piove ma di certo tra poco ne verrà giù tanta. Salgo verso il lungotevere. Mi faccio a piedi i dieci minuti verso la fermata dell’autobus, camminando supero le macchine ferme nel traffico, persone ingobbite sul volante che bestemmiano gli stessi santi di ieri. Sono fortunato, il seicentosessantuno passa immediatamente, mi siedo davanti, vicino all’autista. Vorrei dormire ora, vorrei assentarmi, e invece sono sveglio, e penso. Penso a mio figlio, là dentro, che prova a sopravvivere giorno dopo giorno, in attesa di qualche evento che modifichi una giornata vuota. Penso al suo sguardo, penso che avrebbe potuto avere uno sguardo diverso. E invece no, è sempre lo stesso, mi protegge anche da la dentro.
Quando sono venuti a prenderlo a casa ho capito. Pensavo di aver capito prima che lo arrestassero e invece mi sbagliavo.
Omicidio. È dentro per omicidio. Accusato di aver sparato a uno spacciatore, per qualche motivo legato alla droga. È dentro da quasi due anni, il processo è iniziato solo pochi mesi fa e hanno fatto poche udienze. Ne fanno una ogni tanto, passa quasi un mese tra una e l’altra. Mio figlio non ha mai rilasciato dichiarazioni, interrogato non ha risposto. Si è dichiarato innocente, ma un sacco di indizi sembrano dire il contrario. La pistola era la sua, l’hanno trovata in garage tra la sua roba. Hanno trovato le sue impronte in casa del morto. Testimoni lo hanno visto entrare e uscire da casa della vittima. Insomma sta inguaiato forte.

Io so che è innocente. So per certo che è innocente.

E lo posso sapere solo io, perché quel grilletto l’ho premuto io. Mio figlio mi diceva di starne fuori, ma io non l’ho fatto. Volevo anche io essere forte, volevo anche io le tasche piene. Volevo fare il padre, senza avere il coraggio di farlo. E poi mi piaceva.

Rosa sta in finestra, aspetta il mio ritorno per sapere come sta il figlio detenuto. Come vuoi che stia? Sta dentro. E mi protegge.

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