Sabino

Aspetto l’autobus con impazienza. È stata una lunga giornata e mi rimangono da fare ancora diverse cose. A quasi settant’anni mi sento in splendida forma, ma aspettare che arrivi il seicentosessantuno non è la mia aspirazione massima. Arriva un autobus, vedo le persone attorno a me che si muovono. Non so se è il mio, devo aspettare che sia vicino, non ci vedo più benissimo. D’altra parte non fosse stato per la vista avrei continuato a fare barba e capelli nella mia bottega in pieno Borgo, ma oramai ci vedevo troppo poco sia da lontano che, purtroppo per un barbiere, da vicino. La mano invece è ferma e la stretta vigorosa come quella di un ventenne. Posso ancora vincere diverse scommesse, passando la lama del rasoio su un palloncino ben gonfio senza farlo esplodere.
Ma sono troppo vecchio per fare ancora il barbiere, o forse solo troppo cieco. Con le lenti ci vedo benissimo, ovvio, ma sono spesse come i fondi in vetro delle bottiglie di acqua minerale e i clienti hanno preso a non fidarsi. E poi avevo voglia di cambiare vita, di fare altro, di sistemare tutte quelle cose che ho trascurato per anni e per le quali ora, finalmente, ho il tempo.

Oggi è stato l’ultimo giorno a bottega, quelle quattro mura che da troppi anni hanno visto le mie giornate. Aprire alle sette e mezza per quei clienti che si fanno fare la barba prima di andare in ufficio. Poi il caffè da Luciano, due chiacchiere sul tempo e sulle donne. Mai di politica, che si litiga e con le botteghe vicino bisogna avere buoni rapporti. Poi una sosta al giornalaio per le copie dei quotidiani da tenere sul tavolinetto di fronte alle poltroncine in similpelle, sulle quali i clienti aspettano il loro turno. Giornali che non apro mai, le notizie le leggono i clienti e io ascolto… ascoltavo. È come un radiogiornale privato, tutto per me. Sentire i commenti dei clienti sull’ennesimo aumento della benzina, sull’acquisto miliardario del campione di turno per la squadra di calcio, oppure i particolari del fatto di cronaca che tiene banco per tutta la stagione. Il mio radiogiornale non mi ha mai deluso, ascolto, ascoltavo, notizie nuove da mattina a sera.
L’autobus si ferma davanti a me con un soffio metallico. È il mio. Entro e mi siedo davanti, vicino all’autista. Mi piace guardare i gesti lenti con i quali l’enorme pachiderma viene spostato sulla strada. Oggi però i pensieri e i ricordi hanno il sopravvento sulla curiosità.

Quando non avevo gente mi sistemavo vicino alla porta di ingresso, in piedi, e guardavo la vita scorrere davanti al mio camice. Quasi sempre le solite facce, i negozianti della strada, i loro fornitori, i loro clienti. Qualche turista di passaggio, con la cartina in mano, che scopriva odori e sapori della città in strade che, di odori e sapori, ne regalano da millenni a chiunque passi, senza avarizia.

Sono… ero bravo, un ottimo barbiere. Della mia arte si sono serviti attori, banchieri, qualche cardinale. E per un periodo, purtroppo breve e segreto, anche il papa straniero, non quello tedesco ma quello polacco. Si era presentato una mattina, avevo appena aperto la bottega e stavo spazzando per terra davanti all’ingresso del negozio, quando un uomo dalla pelle chiara, soprabito e vestiti sportivi, era entrato chiedendomi se avevo già aperto. Parlava con un marcato accento dell’est e non mi fece piacere. Dovevo ancora prendere il caffè e i giornali, avrei preferito dirgli di tornare dopo un quarto d’ora. Poi lo guardai in faccia e riconobbi immediatamente quello sguardo indimenticabile. Apparteneva al papa nuovo, quello straniero che era stato eletto dopo il papa dei trenta giorni.
“Santità” esclamai, attonito.
“Io ho i capelli lunghi, e tu sei un barbiere, giusto?”
Annuì muto, incapace di spiccicare parola.
“Allora tagliami i capelli, non troppo corti, con la sfumatura alta.”
Furono le uniche parole che furono dette in quella mezz’ora, fino a quando i capelli non furono proprio come erano stati richiesti.
“Grazie, tornerò, se tu non racconterai del nostro incontro.” Rimase il mio ed il suo segreto, il papa tornò per qualche mese, poi evidentemente furono scoperte le sue fughe mattutine e non lo vidi più, se non da lontano o in televisione.

Fermata di Piazza Asti. Salgono diverse persone, quasi tutte straniere. Che differenza di colori ed etnie da quando ho iniziato, quasi cinquant’anni fa, ad utilizzare i mezzi pubblici. Non ho mai comprato un’automobile ed in verità non ho nemmeno preso la patente. C’erano gli autobus e bastavano, allora come oggi. Solo che erano frequentati differentemente, oggi sull’autobus salgono persone di tutti i colori. Una volta incontrare per la città persone con un colore di pelle diverso dal nostro era una rarità, di quelle da raccontare a casa. La maggior parte di coloro che oggi prende l’autobus non se la cava bene economicamente, i loro sguardi assomigliano molto a quelli che avevamo noi tanti anni fa. Allora eravamo tutti poveri, si usciva da una guerra guerreggiata in casa nostra, non come le guerre di oggi che le combattiamo a casa degli altri. Gli altri eravamo noi.
Gli autobus erano stipati di gente che lavorava. Impiegati e operai. Oggi gli autobus sono pieni di magrebini, slavi, neri equatoriali, filippini. E la città è diversa.

Ho avuto una vita piena. Sono nato in un paesino della Basilicata, uno di quei posti nei quali i ragazzi scoprivano la vita solo quando andavano a fare il militare. E così fu anche per me. Mio padre, barbiere, mi aveva insegnato il mestiere, allevandomi tra forbici, pennelli da barba e rasoio. Dopo la poca scuola andai subito a bottega ad imparare sfumature e tagli. Che la barba e i capelli crescono tutti i giorni e ci si sfama la famiglia.
L’esercito mi aveva poi rubato diciotto mesi, insegnandomi in cambio che, tagliando i capelli, avrei potuto vivere a Roma. E così ho fatto, incatenato alla Città Eterna da Sofia, quella splendida ragazza dagli occhi neri e dai fianchi larghi che mi fece impazzire per mesi, prima di cedere alle mie lusinghe diventando mia moglie.
Di giorno costruivo il futuro in bottega e di sera tenevo la mano a Sofia, nelle lunghe passeggiate che ci concedevamo per imparare a conoscere la città che ci ospitava.
Dalla piccola casa nella quale eravamo andati a vivere appena sposati ci trasferimmo in una appena un po’ più grande, quando Gloria iniziò a crescere nella pancia della mamma. Ero come impazzito, stavo per diventare padre. Erano gli anni del boom economico e demografico, Roma stava cambiando pelle e io ero al centro del mondo. Gli affari andavano bene, avevo una moglie devota che amavo immensamente e stavo per diventare padre.

Fermata di viale Furio Camillo, di fronte al turboKebab ci sono gruppetti di giovani vestiti in maniera colorata. Le gonne delle ragazzine si sono accorciate vertiginosamente e la maggior parte di loro ha un trucco pesantissimo. Da quando Gloria si è trasferita a Londra col compagno e con il suo lavoro, mi mancano sia lei che la piccola Sofia. Mi fa sorridere pensare a mia nipote, lo stesso nome della nonna. Continuo a pensarla come una bimbetta, ma oramai è una adolescente. Guardando le altre ragazzine per strada mi chiedo se Sofia si veste alla stessa maniera o se si pitta il viso come loro, se mangia il kebab o la pizza. Mi chiedo se si ricorda di me. Ci sentiamo così poco.

Ho avuto buoni clienti, molti dei quali si sono serviti di me per tanti anni. Di alcuni di loro sono stato l’unico barbiere, dal cavalluccio al taglio radicale per partire soldato e quello per il matrimonio. Molti sono figli di vecchi clienti, che del barbiere non scegli la vetrina ma la calda abitudine di sicurezza, di gesti ripetuti, di giornali letti in attesa. È stato il lento venir meno di quella familiare e rassicurante sensazione che ha spinto alcuni clienti tra i più antichi a non farsi più vedere.
Ho colto i segnali del tempo e mi sono preparato con attenzione. Ho preso a bottega un ragazzo giovane e gli ho insegnato il mestiere. Con lentezza, serietà e disciplina. Ne ho fatto un barbiere vero e mentre mi sto facendo per l’ultima volta il tragitto tra bottega e casa, il garzone diventato padrone si sta godendo felice il mio, il suo locale. Sono contento di aver lasciato il mestiere e il locale in buone mani. Meglio a lui che all’ennesima gelateria.
Di molti clienti conosco quasi tutto, ricordo le lunghe conversazioni mentre ne lavoravo i capelli. Di alcuni, quelli silenziosi, non so invece nulla, chiusi nei loro pensieri o solo timidi.

Fermata di via Eurialo, qui dietro l’angolo c’è la scuola elementare che ha frequentato Gloria. E lo studio del dentista che le mise l’apparecchio da bambina. Ricordo quando la dovevo accompagnare alle visite di controllo, rigorosamente prese di lunedì, che i barbieri sono chiusi. Scendere da casa, aspettare l’autobus, sempre questo anche se la linea aveva un numero diverso. Poche fermate, poi la piccola passeggiata verso lo studio del dentista. La promessa di un pezzo di pizza o di un gelato se fosse stata buona durante il controllo. Mi sembra ieri, e invece sono passati più di quarant’anni.

I clienti erano vari, alcuni mettevano allegria, altri meno. C’erano i prelati del Vaticano, gli impiegati degli uffici che lentamente avevano popolato la zona, i commessi dei negozi intorno che mi chiedevano di rimanere aperto a pranzo così gli potevo fare i capelli durante il loro orario di chiusura. Qualche studente.
E c’era lui. Una figura che una volta ogni tre settimane si presentava e, immancabilmente, mi rovinava la giornata. Era il figlio di un vecchio amico di mio padre, originario del mio stesso paese. Quando lo avevo conosciuto mi era sembrata una brava persona. Sottufficiale di carriera nella Guardia di Finanza aveva perso anno dopo anno il suo carattere bonario ed era diventato sempre più arrogante, sempre meno amichevole.
Mi chiamava per nome, pur dandomi del lei, ed io non avevo mai smesso di chiamarlo Don Salvatore. Qualche suo collega so che lo chiamava Totò ma io non mi ero mai azzardato. Non mi piaceva.
Il punto è che un amico, un conoscente, finanziere fa sempre comodo. Per questo avevo evitato, negli anni, di far venire meno quella sua abitudine di utilizzare i miei servizi per mantenere il taglio corto che si addice ai militari. Corti sulle tempie e sfumatura alta. O almeno era allora che si tagliavano così che oggi, invece, trovi anche dei militari con i capelli lunghi.

Fermata di via delle Cave. Qui di fronte alla fermata una volta c’era la bottega del sarto dal quale portavo a riparare i vestiti, a fare gli orli. Quando è andato in pensione ha lasciato l’attività al figlio il quale, dopo pochi mesi, ha voluto aprire una boutique, che di lavorare con le forbici non gli piaceva. Per un po’ ha lavorato, poi, come molti, è stato travolto dalla comparsa dei primi centri commerciali. Non aveva capito che stavano cambiando i tempi e ha dovuto chiudere. In quei locali si sono alternati jeanserie, un tabaccaio ed una profumeria. Oggi c’è un locale nel quale si possono fare scommesse sugli avvenimenti sportivi in tutto il mondo. Anni fa per sognare di cambiare vita c’era solo la schedina del totocalcio e qualche rara lotteria. Oggi basta entrare in uno di questi posti per rischiare di uscire milionario. Ma non ne vedo troppi di milionari, le persone che frequentano questi posti hanno tutte la faccia tesa.

Don Salvatore si presentava di solito il sabato, verso metà mattinata. Il sabato a quell’ora la bottega era piena, e lui, sottufficiale della Finanza, si sedeva su una delle poltroncine leggendo silenziosamente il giornale.
Quando avevo finito con il cliente che stavo lavorando chiedevo a voce alta se i vari clienti in attesa potevano dare la precedenza a Don Salvatore che da lì a poco avrebbe dovuto prendere servizio. Raramente qualcuno ha reclamato, e quando è successo Don Salvatore mi lasciava intendere con un sguardo che avevo una parte di responsabilità in quello spiacevole evento. Il taglio – e la barba – a Don Salvatore non duravano tanto, i capelli erano tagliati con regolarità. Quella mezz’ora passava lenta, senza chiacchiere. Quando avevo finito toglievo l’asciugamano dal collo, prendevo lo specchio e gli mostravo la sfumatura, chiedendogli se andava bene il taglio. Tutte le volte mi faceva correggere l’altezza di una basetta, o un presunto capello più lungo di un altro. E mi diceva che in quel momento, solo in quel momento, era a posto.
Al momento di pagare mi rivolgeva una domanda retorica. “Sabino, vi devo qualche cosa?” Così mi diceva. Se mi doveva qualcosa. Ovvio, avrei dovuto rispondere per tutti questi anni. Mi devi il costo del taglio e della barba. Ma un conoscente nella finanza fa comodo, mi dicevo, e poi il tono che usava quando mi rivolgeva quella domanda non mi piaceva. La frase la pronunciava con un pesante accento, come se fosse arrivato in città dal piccolo paesino della Basilicata solo poche ore prima. Un accento che normalmente non utilizzava e che per me era come un avvertimento. Non puoi far pagare un paesano, per di più un paesano che potrebbe farti comodo in futuro. E la mia risposta era sempre la stessa.
“Don Salvatore, nulla, per voi nulla.”
“Allora ci vediamo tra tre settimane. Grazie Sabino”.

L’autobus si ferma davanti al pronto soccorso del San Sebastiano.

L’unica volta che ho varcato quella soglia è quando ho accompagnato Sofia. Non pensavo che non la avrei più rivista viva. Aveva da tempo dei forti dolori addominali, il medico diceva si trattasse di ulcera e la stava curando con degli antiacidi.
Una notte i dolori si erano fatti troppo forti, stava perdendo colore, chiamai un ambulanza. Poi tutto è diventato veloce, pensavo che davanti a noi avremo avuto tanti anni ancora per fare tutto quello che avevamo sognato. Tante cose da fare, e da dire. Da dirci. E invece no, la cistifellea aveva pensato diversamente. Ho imparato che la cistifellea si può rompere, il sangue si avvelena e si può morire. Non so nemmeno a cosa serve, la cistifellea. Tutto veloce, troppo veloce. Sono entrato al pronto soccorso alle tre del mattino, alle cinque era finito. Tutto finito. Dovevo solo tornare a casa e raccontare a Gloria che la mamma era morta. E poi avrei potuto riposare.

Ultima fermata, casa mia.
I lampeggianti non mi sorprendono più di tanto. D’altra canto non ho fatto nulla per nascondermi.
Ho lasciato rasoio e attrezzi a casa sua, prima di arrivare avevo telefonato, il portiere mi conosce, è paesano anche lui.
È che quando sono arrivato non credevo di fare ciò che poi ho fatto. Poi ho visto la reggia in cui viveva Don Salvatore. Ma come fa, mi sono chiesto, un sottufficiale della finanza a permettersi quella casa? Enorme, arredata da sogno. Tappeti dappertutto, quadri, argenti. Non mi intendo di ricchezza, ma quella casa mi è sembrata la casa di un ricco.
Un ricco che non ha mai pagato un taglio in tanti anni. Solo per puro esercizio del potere. Un ricco dal quale ero passato solo per dirgli che non mi avrebbe trovato la settimana successiva, che avevo ceduto l’attività.
Poi mi ha chiesto di fargli la barba e sistemargli il taglio, che poi mi dovrò arrangiare da solo, così mi ha detto. Non so cosa mi ha preso, ma gli ho fatto pagare trent’anni di tagli, tutti insieme.
I lampeggianti non mi sorprendono, solo avrei voluto un po’ più di tempo per finire questa storia. Mi sarebbe piaciuto avere il tempo di tornare a casa mia, di finirla lì, da solo, magari con qualche fotografia vicino. Scendo dall’autobus, saluto l’autista con un buon lavoro. Tiro su il bavero del soprabito, fa freddo. Infilo la mano nella tasca e ne sfilo la pistola che ho sottratto a Don Salvatore, non so usarla, ma so che mi basterà puntarla verso quella divisa che si sta avvicinando.

Pochi secondi ancora, forse un paio, forse meno.

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