Signor Giudice

Sì, signor Giudice, sono io Mastellati Antonio. Sì, signor Giudice, mi conoscono tutti come Toni, è un soprannome che ho fin da piccolo, me lo diede povero papà. Sì, signor Giudice, sono residente a Roma e lavoro all’ATAC, faccio l’autista. Porto l’autobus, normalmente il seicentosessantuno.

Sì, signor Giudice, so perché sono qui. Onestamente mi sembra tutto un colossale equivoco, ma sono pronto a collaborare per far trionfare la verità. No, signor Giudice, non sto facendo dell’ironia. Credo davvero che sia necessario approfondire tutti i fatti, in maniera che non rimangano dubbi sulla mia posizione. Certo, signor Giudice, so di essere il principale indiziato, ma sono certo che le risposte che le darò sapranno convincerla della mia completa estraneità ai fatti che mi sono contestati. No, signor Giudice, la ringrazio, ma non credo di aver bisogno di un avvocato.

Sì, signor Giudice, risponde a verità al fatto che io sia stato sposato con la defunta Rosaria Tesini, ci siamo conosciuti circa dieci anni fa e dopo pochi mesi di fidanzamento ci siamo sposati. Un matrimonio d’amore, di quelli che si vedono solo nei film. Sì, signor Giudice, abbiamo avuto necessità di una dispensa da parte dell’autorità giudiziaria e da parte della Curia, in quel periodo mia moglie era minorenne. Sì, signor Giudice, aveva poco meno di sedici anni, ma ne dimostrava molti di più. No, signor Giudice, mi riferisco alla sua maturità, non solo all’aspetto fisico, che era comunque quello di una bella ragazza che dimostrava più dell’età che aveva.

Sì, signor Giudice, la nostra differenza di età aveva creato qualche dubbio ai genitori di Rosaria. Però subito dopo ne furono contenti, arrivò il nipote che tanto desideravano. No, signor Giudice, non conobbero mai il nipote. Morirono in un tragico incidente stradale, furono investiti sulle strisce da un pirata della strada che non fu mai arrestato. Come dice, signor Giudice? Certo, mia moglie ereditò i beni della famiglia. Come dice? Una piccola fortuna? Non direi, qualche immobile, certo, qualche proprietà. E qualche deposito bancario. Beni che ci hanno consentito di vivere dignitosamente, nulla più. Signor Giudice, la prego, mi sembra che stia insinuando… ci furono indagini approfondite all’epoca dei fatti, e i suoi colleghi non ebbero nulla da addebitarmi. Come dice? Sparirono le prove? Un testimone ritrattò? Signor Giudice, sono cose vecchie e non credo sia questa la sede per riaprire questo capitolo così doloroso della mia vita. Se crede e ne ha voglia o necessità le posso raccontare tutto ciò che successe e che è a mia conoscenza. Come dice? Passiamo ad altro? Va bene.

Con mia moglie i rapporti erano ottimi, ci amavamo come il primo giorno che ci siamo conosciuti, nonostante i trent’anni di differenza eravamo una coppia affiatata ed innamorata. Come dice? Percosse? A mia moglie? Signor Giudice, non so come possa aver avuto questa informazione, ma le posso assicurare che si tratta di una totale falsità! Sono stupito! Come dice signor Giudice? Violenze? A mia moglie? Di che tipo? Sessuali? Ma quando mai! Signor Giudice, mia moglie era un tipo focoso, amava i rapporti generosi e possessivi, era una amante instancabile e fantasiosa. Talvolta il suo slancio superava le aspettative ed il normale controllo, tanto da generare qualche piccola lesione, un livido, che prontamente veniva medicato e sul quale ridevamo entrambi. Lo chiamavamo il nostro pegno d’amore. Ne ridevamo insieme e ci legava ogni giorno di più. Come dice? Presso il pronto soccorso risultano diverse cartelle cliniche per lesioni anche gravi? Signor Giudice, mia moglie era giovane e piena di desiderio. Facevamo l’amore spessissimo e i suoi gusti sessuali talvolta eccedevano la normale prassi. Era per così dire… trasgressiva. Ma non mi sembra che sia reato fare l’amore in maniera focosa. Come dice? Confidenze dei vicini? Urla? Pettegolezzi, signor Giudice, solo pettegolezzi. Invidia. Invidia di chi certe cose non può permettersele e passa il suo tempo a fare il censore dell’altrui comportamento. Li faccia venire qua a confermare queste confidenze. Vediamo se hanno il coraggio di affermare il falso sotto giuramento. Sì, signor Giudice, ne riparleremo.

Sì, signor Giudice, mia moglie talvolta riceveva in casa degli amici. Anche in mia assenza, si capisce. I motivi, mi chiede? E quali motivi può avere una donna giovane e bella per ricevere amici in casa? Due chiacchiere, un the, a volte un po’ di musica. Motivi normali direi. Se li conoscevo? Nella maggior parte dei casi no, erano amici recenti, conosciuti da poco. Geloso? E di cosa? Signor giudice, io avevo la massima fiducia in mia moglie, di cosa avrei dovuto essere geloso? Come dice? Risulta che questi amici fossero clienti per prestazioni sessuali a pagamento? Signor Giudice! Chi mette in giro tali voci? Sono scandalizzato, offendere la memoria della mia povera moglie! Prestazioni sessuali a pagamento! Posso comprendere, addirittura giustificare, il fatto che mia moglie possa aver talvolta ceduto al desiderio di avere una relazione, per così dire passeggera, con un coetaneo, magari conosciuto da poco. Ma a pagamento! La prego!

Come dice? Risulta un’utenza telefonica intestata a mia moglie il cui numero è diffuso sulle maggiori testate locali negli annunci economici? Ed anche su internet? Ne sono sorpreso, ciò modifica talune delle convinzioni che ho. Devo riconsiderare il giudizio che avevo su mia moglie. Ma lei è convinto della veridicità delle informazioni che mi sta dando? Come dice? Le inserzioni sarebbero tutte state fatte da un uomo di mezza età la cui descrizione corrisponde a me? Signor Giudice, ritengo che queste illazioni siano davvero orribili! Lei mi sta accusando di aver sfruttato mia moglie, procurandole clienti per prestazioni sessuali a pagamento? Ho capito, signor Giudice, mi calmo. Dice che, se le testimonianze lo confermeranno, mi incriminerà per sfruttamento della prostituzione? Signor Giudice, sono certo che le accuse cadranno, le falsità non reggono in tribunale.

Come dice? Mi chiede di raccontarle come ho trovato il corpo di mia moglie? Purtroppo, signor Giudice, quel giorno avevo un appuntamento. Sono uscito di buon mattino, sono andato a fare alcune commissioni. Sì, signor Giudice, le confermo che sono andato a riscuotere l’affitto dagli inquilini. Ho finito il giro intorno alle undici e sono tornato a casa. La porta era aperta, sono entrato senza sospettare nulla di strano. Ho chiamato mia moglie, non avendo avuto risposta l’ho cercata. Era in camera da letto, sembrava dormisse. Mi sono avvicinato e mi sono reso conto che non respirava. Il resto lo sa, ho chiamato subito la polizia, che è arrivata in pochi minuti. Come dice, signor Giudice? Litigio? Quella mattina? Veramente no, non ricordo un particolare stato di alterazione. Mi sembra fosse stata una mattina normale. Come? Le hanno detto che sono uscito sbattendo la porta, insultandola? E che sono rientrato pochi minuti dopo urlando? E che c’è stato un violento alterco al termine del quale è calato il silenzio in casa mia? Signor Giudice, mi sembrano informazioni approssimative dalle quali non deve trarre facili conclusioni. In casa potrebbe essere entrato chiunque. Hanno visto me? Qualcuno può giurarlo? Non credo, non credo proprio.

No, signor Giudice, non sono stanco, andiamo pure avanti, voglio chiarire la mia posizione subito, che non restino ombre sulla mia esemplare condotta.
Come dice? Vogliamo passare a parlare di mio figlio? Adoravo il bambino. Sempre allegro, sempre pronto alla battuta. Intelligentissimo ed educato. Tutto sua madre. Come dice? Fragile? Ma quando mai! Era un bambino robusto, mai una malattia o un malessere. Lo portavamo in piscina due volte alla settimana, lo sport gli stava facendo davvero bene. Come dice? Ospedale? Dei ricoveri? Fratture? Signor Giudice, era un ragazzino esuberante e distratto. A volte è caduto dalle scale della mansarda, un’altra volta ha litigato con dei compagnucci in cortile. Sa, sono ragazzi. Come dice? A scuola? La maestra ha chiamato l’assistente sociale? Certe persone non hanno il senso della misura. Se tutte le volte che ho avuto un occhio nero da ragazzino la mia maestra avesse chiamato l’assistente sociale non avrei mai finito la scuola. Certe persone dovrebbero pensare più a fare il proprio lavoro che agli affari degli altri. Amavo mio figlio, signor Giudice.

Come? Disegni? Che disegni? Sono stati fatti analizzare da uno psicologo dell’età evolutiva e ne è emerso un quadro familiare preoccupante? Di cupa violenza? Ma, signor Giudice, con tutto ciò che i ragazzi di oggi vedono in televisione il disegno del bambino potrebbe essere stato influenzato da qualsiasi cosa. Cartoni animati giapponesi, film americani pieni di morti e feriti, sesso, tanto sesso. Mi fa presente che è stato visto rientrare a casa mentre era in corso l’alterco di cui mi ha fatto menzione prima? E che è stato sentito piangere? Che urlava “No papà”? E che dopo un po’ ha smesso di urlare? No, signor Giudice, non ho spiegazioni per questo fatto, probabilmente l’assassino l’ha costretto a dire quelle frasi, o forse il bambino nella confusione del momento ha creduto, sbagliando, che io fossi in casa. Sì, signor Giudice, il corpo del ragazzo era vicino al letto della madre. Quando l’ho visto ho capito subito che non poteva essere vivo, aveva il collo piegato in una maniera innaturale, chiunque l’abbia fatto aveva molta forza. E nessuna pietà.

Come dice, signor Giudice? Un ordine di arresto nei miei confronti? Per duplice omicidio? Signor Giudice, lei sta commettendo un errore gravissimo, sono pronto a scommettere che cambierà idea.

Come dice? Un avvocato? Certamente interesserò un legale, ma tengo a precisare che si tratta di un clamoroso errore giudiziario.

Sì, signor Giudice, la smetto. Ma non finisce qui. Non finisce qui.

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