Al giardino, storia di una mamma

Quando lo vedo correre così, felice, con i suoi capelli spettinati, gli incisivi superiori leggermente in fuori, le piccole lentiggini che gli macchiano il naso, sono orgogliosa di essere accanto a lui. Nemmeno cinque anni ed ha la faccia del monello della pubblicità. È bello, mio figlio Federico è bello. Gioca con gli altri bambini, si rincorrono, ridono allegri e sereni. Le altre mamme occupano le panchine di questa parte del parco comunale, mentre le babysitter straniere sono in piedi vicino alla fontanella dell’acqua. Le mamme leggono riviste o chiacchierano tranquille al telefono. Le babysitter, quasi tutte sudamericane, sono più rumorose, ridono a voce alta senza perdere d’occhio il figlio del loro datore di lavoro.

Guardando Federico così contento non posso non pensare a quando ho scoperto di aspettarlo, alla paura che ho avuto. Ero così giovane. Ero al secondo anno di giurisprudenza, le giornate erano regolari e serene. Mattinata in facoltà, pranzo a casa, pomeriggio un po’ di studio e poi in parrocchia con gli altri, a fare gruppo davanti alla grande croce in cemento. Tanti amici per stare insieme, nella bella stagione qualche partita di pallavolo nel cortile della chiesa. Poi cena a casa, un po’ di televisione e poi a dormire. Il sabato e la domenica qualche giro in centro.

Anni prima, quando facevo il liceo, mi resi conto che Massimo mi guardava diversamente dagli altri ragazzi del gruppo. I suoi sguardi mi piacevano. Era un bel ragazzo, timido e introverso. Capii subito di non essermi sbagliata e lo incoraggiai con qualche sorriso. Era tempo che frequentavo quel gruppo in parrocchia ma non avevo mai avuto un fidanzato, era ora di uscire dal guscio. Diverse amiche già uscivano con i fidanzati e Massimo mi piaceva. Era un po’ troppo timido, così per fargli prendere l’iniziativa iniziai a far girare voce che mi piaceva. Nulla di meno segreto di un segreto rivelato ad una amica, pur con il patto di non dirlo ad anima viva. In capo a pochi giorni venne a saperlo e si decise.  Andammo subito d’accordo, era molto dolce. Era di una famiglia piuttosto in vista, come la mia.

Eravamo entrambi minorenni, per spostarci usavamo l’autobus, il seicentosessantuno. Ci siamo dati il primo bacio alla fermata. La mattina iniziammo ad andare a scuola insieme, i nostri licei, io al classico, lui allo scientifico, erano contigui. Se gli orari coincidevano tornavamo anche assieme, sempre in autobus. Nel pomeriggio ci vedevamo in parrocchia, spesso stavamo insieme agli altri, poi iniziammo a starcene anche per conto nostro cercando un po’ di innocente intimità in qualche parco vicino casa. L’intimità lentamente divenne sempre meno innocente e i nostri giochi di avvicinamento alla maturità sessuale non ci bastavano più.

L’estate nella quale prendemmo il nostro diploma di maturità perdemmo la verginità. Fu bellissimo, nella casa al mare di Massimo. Prendemmo a fare spesso l’amore, ci piaceva stare abbracciati dopo aver finito, per poi riprendere le forze e ricominciare.
L’università scorreva felicemente, facemmo nuove amicizie che divennero presto un punto di riferimento per la nostra vita. La facoltà era facile, giurisprudenza per tutti e due viste le professioni dei nostri genitori, entrambi avvocati. Tutto era perfetto.

Quando mi accorsi che avevo saltato un ciclo non mi allarmai immediatamente, era già capitato di avere dei ritardi, anche significativi. Peraltro eravamo estremamente prudenti, non avevamo mai fatto l’amore senza le dovute precauzioni. Se Massimo non aveva preservativi, era capitato, ci accontentavamo di fare altro, ed eravamo soddisfatti lo stesso. Anzi a volte lo eravamo di più.

Stavolta però il ritardo era notevole e mi sentivo anche il seno indolenzito. Giorno dopo giorno mi spaventai. Senza dire nulla a Massimo comprai un test di gravidanza in una farmacia lontana da casa. Feci il test nel bagno della facoltà. Quando vidi le due strisce rosse comparire mi sentii crollare il mondo addosso. Era perfetto e avevamo rovinato tutto. Non lo volevo quel figlio, non lo volevo in quel momento.

Era presto, io mi dovevo ancora divertire, dovevo studiare e laurearmi, dovevo entrare nello studio di mio padre e affermarmi. E Massimo lo stesso, ancora non gli avevo detto nulla ma sapevo perfettamente come la pensava, avevamo tante volte tratteggiato il nostro futuro. C’era posto per il matrimonio, certo, e per dei figli, sicuramente. Ma non in quel momento. Temevo poi la reazione della mia famiglia e della sua. Troppo giovani, eravamo troppo giovani.

Presi il coraggio a due mani e ne parlai a Massimo. Era sconvolto, come me. Non capivamo come potesse essere successo, ipotizzammo il classico buco nel preservativo e ci sentimmo molto sfortunati. Proposi io di rivolgersi alla ASL. Eravamo oramai entrambi maggiorenni, quindi la cosa sarebbe rimasta riservata, solo noi l’avremmo saputo. In un primo momento Massimo non mi sembrava d’accordo, era una cosa contraria all’educazione che avevamo ricevuto, Finì però per condividere la scelta. Era l’unica soluzione.

Andammo presso il consultorio di un quartiere lontano dal nostro. Una giovane ginecologa ci spiegò la procedura. Fu un po’ fredda, si capiva che biasimava la nostra scelta. Non ce lo fece pesare troppo, ma si capiva che non era d’accordo. Insistette molto sulle conseguenze psicologiche, ma fummo irremovibili. Tornammo a casa con un appuntamento presso l’ospedale e un po’ di carte da leggere. E con tre settimane di attesa da vivere.  Ovviamente non fu un bel periodo, eravamo nervosi. Sapevamo che era una scelta sbagliata, basata sull’egoismo, ma sapevamo anche che non avremmo mai potuto affrontare un evento così importante ed al quale non eravamo, palesemente, preparati.

Ne parlavamo tutti i giorni, confermandoci la scelta e facendoci coraggio.

Lentamente però le parole che avevamo sentito dalla giovane ginecologa del consultorio fecero breccia nelle mie convinzioni. Lentamente, ora dopo ora, iniziai a considerare quel fagiolino non come un corpo estraneo ma come una parte di me. Come qualcosa che, pur non atteso, non era del tutto indesiderato. Mi stavo piano abituando all’idea che forse ce la avremmo potuta fare, che forse, con un po’ di coraggio e di aiuto, con un po’ di amore in più, avremmo potuto fare la pazzia di diventare genitori. Fu un processo lento, ma inesorabile.

L’idea dell’appuntamento all’ospedale, del freddo lettino e dell’intervento iniziarono a non farmi dormire. Rimanevo sveglia pensando ai rimorsi che avrei avuto in futuro, a come avrei potuto vivere se per un caso qualsiasi non avessi poi potuto avere figli. Mi ritrovavo senza accorgermene a sfogliare pigramente riviste femminili alle pagine delle pubblicità dei prodotti per l’infanzia. Camminavo per strada e mi giravo a guardare carrozzine e passeggini e mi immaginavo alla guida di quei trabiccoli. Insomma mi stavo abituando lentamente all’idea che forse avrei potuto essere mamma.

Provai a condividere con Massimo queste sensazioni e fui sorpresa dalla sua reazione. Fu estremamente diretto e senza troppe storie mi disse che lui questo figlio non lo voleva, che non potevo cambiare idea, che decidendo in questa maniera rovinavo la mia e la sua vita. Fu la prima volta che litigammo. Ero arrabbiata più per il modo con il quale mi aveva detto come la pensava che per il contenuto dei suoi pensieri. Era stato distaccato, aggressivo. Sembrava volermi dare la responsabilità di ciò che era successo.

Mi sentii sola. Indifesa. Non sapevo cosa fare.

E così feci l’unica cosa che mi sentivo veramente di fare. Feci nascere mio figlio, contro il parere di Massimo, di mia madre e mio padre, del mio gruppo di amici. Lasciai l’università e mi trovai un lavoro da commessa e un monolocale in periferia, giacché mio padre non voleva aiutarmi. Regalai a Massimo la sua libertà, non voleva essere padre e io registrai mio figlio senza menzionarlo. Era solo figlio mio.

La vita era difficile, eravamo io e Federico, soli contro il mondo intero. Insomma la mia è una storia che avrete sentito decine di volte. Poi incontrai Alfredo. Irriverente, nottambulo e allegro. Io avevo bisogno di non sentirmi sola e iniziai a frequentarlo. A lui non interessava che avessi un figlio. In realtà non gli interessava di nulla, gli piacevo e basta. Passavamo la notte a casa mia, non potevo lasciare Federico da solo. Alfredo veniva la sera, mangiavamo qualcosa e poi facevamo l’amore. Prima di farlo Alfredo sniffava cocaina, diceva che lo aiutava a farmi stare bene. La provai anch’io e mi faceva sentire meglio, più forte, mi faceva passare la paura di vivere.

Il passaggio da consumatrice occasionale ad abituale fu breve. Mi piaceva e ne volevo tutti i giorni. All’inizio sniffavo quella di Alfredo, poi non bastava più per entrambi e fu la causa del primo litigio. Se andò dopo avermi fatto un occhio nero. Poi tornò il giorno dopo e mi chiese scusa. Ma non fu più come prima, io non ero più come prima.

Lo lasciai e iniziai a frequentare Khaled, un giovane algerino pieno di soldi e con la passione per donne bionde. Era sempre fornito delle migliori miscele disponibili sul mercato. Veniva da me, fumavamo o sniffavamo. Poi iniziai a farmi la cocaina anche per endovena, l’effetto era più violento e veloce. Khaled stava con me, ero la sua donna. Furono tre mesi selvaggi. Ero sempre sconvolta, ma felice di esserlo. Non ricordavo nulla della mia vita precedente.

La notte che vennero i carabinieri ad arrestare Khaled, Federico piangeva disperato. Era solo mal di pancia, ma i carabinieri raccontarono che il bambino era in condizioni di trascuratezza, che era malnutrito, che la madre era assente ai suoi doveri e tossicodipendente. Federico aveva solo diciotto mesi quando il giudice minorile decise che non ero adatta a fare la madre. Si chiama perdita della patria potestà e fu poi dichiarato adottabile. Ho sempre creduto che non fosse trascurabile il fatto che la sentenza fu emessa da un amico d’infanzia di mio padre. Io non ero in condizione di oppormi o forse non volevo veramente oppormi.

Sono passati degli anni da allora. Sto meglio, anche se faccio una vita da barbona. Mangio alla Caritas, dormo in un istituto che si prende cura dei casi come il mio. Non vedo più, non voglio vedere più la mia famiglia. Mi sono arresa alla vita. Di giorno vado in giro per i giardini, a guardare il mio Federico. Oggi sono a Villa Sciarra. Domani a villa Pamphili. Poi Villa Torlonia. A Roma ci sono tanti parchi e il mio Federico è ovunque.

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