Una ragione per vivere

“… in nome del popolo italiano, visto l’articolo 530 del codice di procedura penale, assolve Ruggeri Paolo dall’accusa di omicidio colposo…”

Anna non finì di ascoltare le parole del giudice. Le si riempirono gli occhi di lacrime e il cuore di rabbia. Lo avevano assolto. Il bastardo che aveva ammazzato il suo Renato, l’uomo dal quale aveva avuto un figlio, l’uomo che amava più della sua vita. Quell’uomo che per dare a lei e a se stesso un futuro migliore era andato in missione di pace, prima in Bosnia e poi in Afganistan. Quell’uomo che le scriveva lettere appassionate e struggenti, che ora erano le uniche cose che le rimanevano di lui.

Paolo Ruggeri era un commilitone di Renato. Entrambi romani, si frequentavano anche fuori dal contesto professionale. Ruggeri aveva raccontato che Renato, in preda ad una profonda depressione dovuto al clima di continuo terrore che si viveva in prima linea, gli aveva improvvisamente sottratto la pistola che teneva sul tavolo, aveva appena finito di pulirla e si era sparato. Inutili erano stati, i soccorsi che erano stati tempestivamente prestati.
Ma nella testimonianza di Paolo e in quella degli altri commilitoni c’erano state delle discordanze e così Paolo era finito sotto processo. Gli si era imputato l’omicidio colposo. Cioè senza intenzione, fortuito, involontario. Dovuto alla disattenzione, all’incuria, non al dolo. Già questa derubricazione ad atto occasionale aveva profondamente ferito Anna. Ora l’assoluzione la lasciava sola col suo vuoto, senza una ragione alla quale attaccarsi. Lei sapeva che Renato non si sarebbe mai ucciso. Sapeva benissimo che presto sarebbe diventato padre, non lo avrebbe mai fatto. Ne avevano parlato così a lungo, sapevano entrambi che c’erano dei rischi ad andare laggiù. La missione era di pace, certo. Ma i talebani sembravano non saperlo e di rischi ce ne erano parecchi. Ma erano parecchi anche i soldi che Renato sarebbe riuscito a mettere da parte e per loro, di famiglie oneste ma umili, erano denari necessari.

No, Renato non si sarebbe mai tolto la vita. Era biondo, alto e forte, sembrava un dio norvegese, un dio di quelli col martello alla cintura. Era buono come un dio, teneva in braccio i bambini degli altri con la cura e l’amore naturale di un padre in attesa di un figlio. Quando incrociavano una carrozzina si fermava sempre a dare un’occhiata all’interno e si voltava verso Anna guardandola negli occhi. Voleva un figlio e stava per averlo. Perché si sarebbe dovuto ammazzare?
Si erano indebitati per comprare casa. Un mutuo e qualche prestito da restituire in famiglia ma ora possedevano una casa loro sopra la testa. Con le missioni di Renato riuscivano a pagare le rate che altrimenti non avrebbero potuto onorare. Ancora pochi anni di quella vita e sarebbero stati liberi. Liberi di crescere il loro figlio serenamente, senza il timore che, durante una missione di Renato, lei potesse essere svegliata di notte da carabinieri con la faccia delle brutte notizie.
Quando li vide arrivare capii immediatamente cosa era successo.
Pensava a un agguato, un attentato dei talebani, uno scontro a fuoco. Al limite a un incidente stradale, che erano frequenti su quelle strade disastrate dalle bombe e dalla miseria. Ma no, non poteva aver pensato al suicidio e non poteva crederci. Aveva sentito Renato nel pomeriggio del giorno prima, era sereno, diceva che era un periodo tranquillo, le aveva chiesto della pancia, si erano scambiati foto via email. Non si era ucciso, non la avrebbe lasciata sola volontariamente.

Doveva sapere.

Passò mesi a prepararsi. Non aveva paura delle conseguenze di ciò che stava pianificando e non temeva l’insuccesso. Fallire era un’ipotesi che non considerava. Era determinata. Con la scusa di dover iniziare un nuovo lavoro, affidò il figlio alla nonna paterna, viveva in provincia, sarebbe stato bene. Iniziò a seguire Paolo Ruggeri con metodo e freddezza. Si segnava gli spostamenti del militare in un piccolo blocco nero. Catalogò in poche settimane le abitudini, le amicizie e perfino i negozi nei quali l’assassino di suo marito faceva la spesa. Tutto avrebbe potuto esserle utile nel momento in cui avesse deciso di agire. Ruggeri aveva una vita regolare. Ora che non era in missione si recava tutte le mattine in un ministero di via XX Settembre, dove rimaneva fino a metà pomeriggio. Esattamente alle sedici e trenta varcava il grande cancello dal quale gli impiegati, sia civili che militari, sciamavano verso il mezzo di trasporto più vicino che li avrebbe riportati a casa. Il Ruggeri prendeva un autobus, il seicentosessantuno, che lo portava verso casa sua, nella periferia est della città.
Arrivato a casa vi rimaneva per un oretta, probabilmente il tempo per una doccia e per rimettere in ordine le due stanze al terzo piano che aveva in affitto. Poi usciva. Nei giorni dispari andava in palestra, dalla quale usciva poco prima delle venti. I giorni pari faceva un po’ di spesa o due passi nel vicino centro commerciale, accanto agli studi cinematografici.
Il sabato un cinema nel pomeriggio e poi a casa, dalla quale non usciva fino al lunedì mattina. Probabilmente un fanatico del calcio televisivo. Certamente un uomo solo, senza amici e senza donne. Suo marito gli aveva più volte raccontato di come l’enorme tensione che si viveva nelle missioni trasformasse profondamente anche gli uomini migliori.

Quando ebbe raccolto sufficienti informazioni iniziò il suo lavoro di pianificazione. Doveva essere tutto perfetto. Non potendo contare su capacità fisiche particolari o su abilità nell’uso di armi fece lavorare il cervello su ogni minimo dettaglio.
Vendette la casa e prese in affitto, in nero e sotto falso nome, un piccolo appartamento a due isolati di distanza da dove abitava Ruggeri. Il condominio era squallido abbastanza, un palazzone grigio a ridosso della via Tuscolana.
Dopo un paio di settimane di ambientamento cominciò ad uscire la mattina presto per andare nei pressi della stazione Termini. Si vestiva in maniera discreta, come se dovesse andare in ufficio e non volesse farsi notare troppo. Entrava in stazione, scendeva nella metropolitana e tornava indietro, verso casa. Rimaneva in casa fino alle quindici, poi faceva il percorso inverso. Prendeva la metropolitana, scendeva a Termini, saliva in superficie e prendeva l’autobus al capolinea, a Piazza dei Cinquecento.
Ci volle un po’ di esercizio per sincronizzare perfettamente i suoi orari con quelli di Ruggeri ma giorno dopo giorno ci riuscì perfettamente. Quando il militare saliva sull’autobus lei era seduta nella parte centrale del mezzo, assorta nella lettura di un romanzo. Non lo guardava, teneva gli occhi bassi sul libro. Osservandola era come una comune impiegata che, uscita dal lavoro, utilizzava lo spostamento in autobus per leggere. Come lei c’erano diverse persone. Molte donne leggevano libri o riviste. Gli uomini guardavano fuori dal finestrino o giocavano col cellulare.
Anna fece passare diverse settimane prima di iniziare, ogni tanto, a tirare su gli occhi dal libro. Lo fece solamente quando si sentì perfettamente a suo agio nell’autobus. Ne conosceva perfettamente i rumori, le fermate, perfino gli autisti erano diventati familiari, così come alcuni dei passeggeri più assidui.
Iniziò col sollevare gli occhi per guardarsi intorno, a volte per controllare se sul cellulare fossero arrivati messaggi o per rispondere ad una telefonata. Il suo sguardo vagava distratto tra le facce dei passeggeri, sorvolando quei volti sconosciuti e così poco interessanti per lei. Guardava e non vedeva. Passava anche sul viso di Ruggeri, ma riusciva a essere imperturbabile, come se lui non fosse li.

Quando si sentì pronta del tutto, avvenne.

Era un martedì pomeriggio, e l’autobus era più vuoto del solito. Ruggeri entrò alla solita fermata e si sedette qualche fila più indietro. Dopo qualche fermata Anna chiuse il libro che stava leggendo, come se lo avesse appena finito e se lo mise sulle gambe. Le vibrazioni del pesante mezzo pubblico fecero cadere il libro a terra, con un rumore sordo. Anna si chinò dal suo posto per recuperare il libro e, nel farlo, si dovette girare leggermente, quanto bastava per guardare in faccia Ruggeri. Che, incuriosito dal rumore del libro che cadeva, la stava guardando. Gli occhi s’incrociarono per una frazione di secondo, quanto bastò ad Anna per disegnare sul suo viso un’espressione di sorpresa mista a tristezza. Poi volse lo sguardo verso il vetro e s’infilò gli occhiali da sole, pur essendoci poca luce.
Quando Ruggeri scese dall’autobus, lei rimase al suo posto, senza guardarlo. Scese alla fermata successiva, quella di casa sua. Il giorno dopo e quello successivo Anna diede modo a Ruggeri di rendersi conto che lei era sull’autobus, ma non lo guardò. E così per i giorni seguenti. Fu lui a prendere l’iniziativa.

Quel giorno Anna era seduta nel posto singolo centrale, quello che ha di fronte un altro posto singolo orientato in senso contrario. L’ideale se due persone vogliono parlare. Il posto di fronte ad Anna era occupato da una signora anziana con una busta di generi alimentari. Sarebbe certamente scesa subito. Al suo posto si sedette Ruggeri.
“La disturbo? Posso parlarle un attimo?”
“Non so se ne ho voglia” rispose la ragazza, fredda.
“Roma è davvero piccola, non sapevo che prendesse questo autobus” disse Ruggeri. Aveva una postura rigida, doveva aver pensato a quelle parole a lungo.
I due si conoscevano da molto tempo, se pur la loro non potesse definirsi una frequentazione assidua. Ruggeri era amico di Renato, si frequentavano anche fuori dal lavoro oltre che in missione. Anna non aveva mai fatto amicizia, era rimasta al di fuori di quel rapporto tutto maschile, fatto di uniforme e commenti su un mondo che lei non conosceva. Durante il processo si erano trovati su fronti opposti e la loro semplice conoscenza si era trasformata in aperta diffidenza.
“Non è molto in verità. Lavoro alla stazione da un paio di mesi e torno a casa a quest’ora.” Rispose Anna. Si stavano studiando. Anna pensò alle partite a scacchi che faceva con suo padre quando era piccola. e2 in e4. La classica apertura del pedone.
“Ha cambiato casa allora. Mi ricordo che abitava altrove.” Il tono del militare era leggermente inquisitorio. e7 in e5. Il pedone nero blocca l’avanzata del pedone bianco, proponendosi per il controllo del centro scacchiera.
“Ho dovuto vendere la casa, non ce la facevo a pagare il mutuo.” Mentre diceva queste parole Anna guardò il suo interlocutore dritto negli occhi, in tono di sfida. Cavallo in f3, a difendere il pedone ed occupare il centro del campo di gioco.
“Mi dispiace, non sapevo. Deve essere stata dura.”
“È ancora dura, non so se ricorda ma sono rimasta vedova.” Il tono della ragazza era secco.
“Lo so, non posso dimenticarlo. Sa bene che ho passato un guaio anch’io, anche se certo non come il suo.” Cavallo nero in c6, un impianto di gioco classico.
“Già. Un guaio anche lei. Pensavo la condannassero. Ne ero convinta. Non trovo spiegazioni per quello che è successo. Ma non ho voglia di parlarne. Non con lei. Non ora.” Secondo cavallo bianco verso il centro della scacchiera, in c3, gioco chiuso, sarà una partita lunga.
“Capisco. Quando vorrà parlarne, se mai succederà, sappia che può chiamarmi. Mi sento in colpa per quello che è successo. Anche se non è stata una mia responsabilità diretta, la pistola era comunque la mia. E questo basta a non farmi dormire la notte.” Ruggeri sembrava sincero.
“Mi chiami quando vuole.” Il militare mise un biglietto da visita in mano alla ragazza. Secondo cavallo nero in f6. Era andata come previsto. La partita dei quattro cavalli. Pezzi leggeri a contendersi il controllo del gioco. In attesa di una variante.
Anna salutò velocemente Ruggeri. Si sentiva trionfante. Aveva contato sulla volontà del militare di pulirsi la coscienza e aveva vinto la scommessa. Ora lui non avrebbe più diffidato di lei, come avrebbe naturalmente fatto se fosse stata lei a prendere l’iniziativa. Ora aveva abbassato le difese e lei le avrebbe superate più facilmente. Ora era tempo di agire. Era tempo di studiare la variante.

Anna continuò a prendere l’autobus nel pomeriggio. Ruggeri continuò a salire alla stessa fermata davanti al ministero. I due si salutavano appena, un cenno del capo, solo per educazione. Passarono un paio di settimane.
Quando il telefono di Ruggeri squillò il militare non fu sorpreso. Anche se nessuno lo chiamava, tantomeno di sabato, quando prese la cornetta era convinto fosse la solita promozione della ennesima compagnia telefonica che lo avrebbe voluto stupire con risparmi incredibili. Fu sorpreso invece dalla voce di Anna.
“Buongiorno Ruggeri, sono Anna Ridolfi. La disturbo?”
“Buongiorno Anna, nessun disturbo.”
“E’ diversi giorni che dormo poco. Penso continuamente alla sua offerta di qualche settimana fa. Sa, di quello che è successo io so solo ciò che ho sentito in aula, durante il processo. Mi ero fatta delle idee, credevo che le cose fossero andate in una certa maniera. Pensavo di aver capito i fatti. Mi ero data una ragione. Ora questa ragione non l’ho più e sono tornata a dormire poco. Perché l’ha fatto? Perché mio marito mi ha lasciata così? Ho pensato che lei lo ha frequentato più di me nei suoi ultimi mesi. Mi piacerebbe che lei mi raccontasse di come Renato ha vissuto quel periodo. Se se la sente… “ Anna lasciò sospesa l’ultima frase. Segui un silenzio imbarazzato, quasi fosse caduta la linea.
“Naturalmente, sarò felice di farlo. Mi dispiace non averlo potuto fare prima, ma gli eventi, anche quelli giudiziari, mi hanno impedito di farlo.” Paolo Ruggeri fu immediatamente disponibile. Anna lo aveva previsto. Non poteva fare altrimenti. Sapeva che lui era colpevole e che avrebbe provato a rifilarle delle belle storie. Ma aveva la sua variante pronta. Il gioco si era aperto, lei muoveva i bianchi ed il suo avversario non si era arroccato. Doveva sfruttare il vantaggio acquisito.
“Quando possiamo vederci? E dove?” Anna lasciò apparentemente l’iniziativa a Ruggeri. Era certa di cosa le sarebbe stato proposto.
“Ovviamente preferirei durante il fine settimana. Se crede domani stesso potrebbe andare bene. Se ha voglia potremmo vederci per pranzo. C’è un posto che frequentavo con Renato, pur non essendo stagione è sicuramente aperto.” Centro. Anna aveva fatto centro. Si era preparata a dovergli chiedere di andare in uno dei posti che Renato frequentava senza di lei, si era preparata a dire che le piaceva il mare… ma non era stato necessario. Gli uomini sono prevedibili, anche gli assassini, se sai usarli.
Si misero d’accordo per il giorno dopo.

A mezzogiorno della domenica Anna si fece trovare davanti alla fermata della metropolitana. Si era vestita in maniera semplice, comoda e poco vistosa. Ruggeri arrivò in orario, la fece salire in macchina. Non furono molto loquaci nei quarantacinque minuti che servirono ad arrivare a destinazione. Un ristorante sul mare, semplice, poco più di una veranda a completare una specie di capannone. Era deserto, la stagione non invogliava certo i clienti occasionali.
Mentre aspettavano di essere serviti Ruggeri raccontò ad Anna la sua versione dei fatti. Di come Renato era nervoso e impaurito della situazione. Gli attacchi dei talebani, molto più frequenti di quanti riportato dalla stampa nazionale, lo avevano trasformato. Non sopportava più l’idea di rischiare la vita, la prossima paternità lo aveva cambiato. Ruggeri si dilungò su come i piccoli incidenti riportati dai notiziari fossero in realtà veri e propri scontri a fuoco, con rischi e regole di ingaggio tipici della guerra vera. Solo le severe misure di sicurezza e la grande professionalità degli uomini impiegati impedivano massicci spargimenti di sangue italiano. La retorica del militare era stantia, sembrava credere davvero a ciò che diceva.
Il tempo passò veloce. Anna ascoltò quanto Renato aveva fatto in quei mesi, quanto era benvoluto e quanto era inatteso il suo gesto. Tutte chiacchiere. Si trattennero ben oltre il caffè. Quindi decisero di tornare verso casa. Prima di uscire dal locale Anna ringraziò il militare. Era il sacrificio del pedone, necessario per avviare lo scambio di pezzi che le avrebbe dato il vantaggio decisivo.

Dopo pochi minuti di auto, erano ancora sulla litoranea, Anna chiese a Ruggeri di accostare la macchina. Aveva un po’ di nausea, forse qualcosa che aveva mangiato le stava dando fastidio. Come il militare accostò la macchina al lato della strada Anna lo colpi alla gamba con una siringa. Il potente narcotico avrebbe fatto effetto in pochi minuti. Nell’attesa Anna lo tenne sotto tiro con la pistola di Renato. Era un arma che suo marito teneva ben nascosta dentro casa e che Anna sapeva non essere denunciata.
Mentre si addormentava Ruggeri peggiorò la propria situazione, insultando ripetutamente la ragazza. Non è così che si trattano le donne, soprattutto quando sono armate. Stava giocando male la sua partita e non se ne era ancora reso conto.
Anna guidò fino alla villa che aveva preso in affitto per un paio di mesi, sempre sotto falso nome. Quando la aveva affittata si era presentata con una parrucca e con una vertiginosa scollatura. Il proprietario non aveva fatto domande, i vestiti di Anna e la caparra che aveva lasciato, in contanti, aveva lasciato intendere che avrebbe utilizzato il posto per esercitare il mestiere più antico del mondo.

La prima cosa che Ruggeri vide quando si risvegliò fu una lampadina accesa, pendente da un filo elettrico. Il soffitto era bianco e non c’erano finestre nella stanza vuota. C’era solo un tavolo in un angolo, del quale non vedeva la superficie. Non gli volle molto per capire che non sarebbe riuscito a liberarsi delle manette che lo tenevano bloccato alla pesante testiera del letto in ferro battuto sul quale era sdraiato. Nudo.
Attese qualche minuto, cercando di capire la situazione. Ascoltava i rumori provenire dalla stanza accanto. Un acre odore di fumo e di benzina gli dava fastidio.
“Vedo che ti sei svegliato, era ora.” Anna era entrata nella stanza. Indossava gli stessi vestiti di prima. L’unica aggiunta erano un paio di guanti in lattice che non promettevano bene.
“Che intenzioni hai? Non fare cazzate, capisco che sei sconvolta, forse depressa. Ma ti stai rovinando la vita…” Ruggeri non riuscì a terminare la frase. Il colpo che ricevette sui testicoli fu violento quanto improvviso. Nel cercare di portare le ginocchia in alto per proteggersi dal colpo si fece male alle caviglie, strette dalle manette al fondo del letto.
“Tu stai zitto. Alla prossima parola che dici senza essere interrogato ti taglio il primo dito.” Anna terminò la frase prendendo dal tavolo un pesante coltello da cucina.
“Non so se ne sei informato, ma sono un infermiera. Mi hanno insegnato come prestare soccorso ad una persona. Come praticare i medicamenti prescritti ad un degente. Ho pratica di pronto soccorso. So come salvare una vita. O come far morire un uomo lentamente. Molto lentamente. A proposito, sei in una villa a Torvajanica. Isolata. La casa più vicina è a circa trecento metri. Non credo che urlare potrebbe aiutarti. Potrebbe però farmi incazzare. Odio le urla.”
“Cosa vuoi?” Ruggeri era paonazzo per il freddo, la stanza non era riscaldata.
“La verità, null’altro. Non provare a rifilarmi le cazzate che mi hai raccontato a pranzo, potrei innervosirmi.” Anna era stranamente calma, come se avesse passato l’intera vita brutalizzando uomini.
“Cosa hai intenzione di farmi? Voglio dire…” Ancora una volta il colpo ai testicoli fu improvviso e violento. Ruggeri svenne dal dolore.
Quando il militare riprese i sensi, Anna gli si avvicinò all’orecchio.
“Non hai potere negoziale. Comportati bene e non soffrirai troppo, potrei anche lasciarti vivo. Comportati male e perderai le dita una ad una. Poi passerò ad altro, avrò solo l’imbarazzo della scelta.”
“Sei pazza. Completamente pazza.”

Ruggeri iniziò ad urlare, era sconvolto dal terrore e dalla rabbia. Anna prese dal tavolo un pesante tagliere in legno. Lo posizionò sotto la mano sinistra del militare. Poi scelse il coltello più pesante tra quelli disponibili. Si avvicinò al letto, prese la mira bloccando il polso dell’uomo. E colpì violentemente, staccando di netto l’ultima falange del mignolo sinistro.
L’urlo di Ruggeri sembrò non finire mai e si trasformò dopo qualche minuto in un pianto disperato. Anna nel frattempo aveva fermato il sangue e disinfettato la ferita.
“Non ti preoccupare, il coltello era pulito. Non vorrei ti si infettasse la ferita. Sarebbe un problema.” Le parole di Anna non produssero effetti visibili sul militare. La ragazza sapeva che però che avrebbero aiutato Ruggeri a trovare una speranza di uscirne vivo.
Anna attese un paio d’ore finendo di bruciare nel camino della stanza principale della villetta gli effetti personali di Ruggeri. Nulla sarebbe dovuto rimanere del passaggio dell’uomo in quella villa.

Tornò poi dal suo prigioniero, decisa ad ottenere le informazioni che voleva.
“Allora. Sto aspettando. Voglio solo sapere come. E, naturalmente, perché.” Mentre pronunciava queste parole prese il tagliere e lo posizionò sotto il piede destro di Ruggeri. Al solo contatto con il legno il militare perse il controllo della propria volontà. Era terrorizzato, in completa balia della volontà della sua aguzzina.
“Aspetta, aspetta ti prego, ti racconto tutto, aspetta…” La sua voce si era fatta veloce, tremava per il freddo e per la paura.
“Avanti. Sto ascoltando.” Anna si sedette sul bordo del letto, era vicina a quel corpo nudo. Ne sentì il fetore, la puzza della paura. Decise di coprirlo, sarebbe stato un gesto interpretato positivamente dal prigioniero.
Ruggeri si sentì protetto e riscaldato dalla coperta. Incoraggiato dalla speranza di uscirne iniziò a raccontare.

“Laggiù è brutta, ma tanto. Siamo soli, soli con noi stessi. Passi delle intere giornate a pensare che potresti saltare in aria in qualsiasi momento. Poi arriva sera e se non sei di servizio vai a dormire con la paura di non svegliarti. Piano piano perdi il senso del limite delle azioni che compi. Sono sempre più violente, a volte totalmente inutili. I dottori ti passano degli eccitanti per farti stare sveglio durante le guardie, ma non bastano. Trovare qualcosa con cui aiutarsi è facile. Basta pagare. Non servono soldi, bastano informazioni, sono più preziose e c’è sempre qualcuno disposto a pagarle bene. E poi c’è il problema del sesso. Non puoi tenere ragazzi giovani e sani per tre o quattro mesi senza sesso. Si nutrono di adrenalina ed eccitanti per stare svegli ed essere pronti. Se non li fai sfogare diventano incontrollabili.”

“Renato era tra i migliori soldati tra quanti erano laggiù in quel periodo. Esperto, rispettoso dei civili e delle regole. Ma negli ultimi mesi era cambiato. Quello che ti ho raccontato è vero, era cambiato. Non so se era per la paternità o per la paura. O per la polvere che si faceva tutti i giorni. Ma era cambiato. Non era più affidabile. Quella sera aveva litigato con Amhed, non era il suo vero nome, ma noi lo chiamavamo così perché non riuscivamo a pronunciare il suo nome vero correttamente. Ci portava la polvere e le ragazze. Ahmed era solo un ragazzino, non avrà avuto più di quindici anni. Renato ce l’aveva con lui perché l’ultima volta le ragazze non gli erano piaciute. Era fatto. Strafatto.”
“Prese Ahmed per il collo, gli puntò un coltello alla gola e si aprì i pantaloni. Voleva farselo succhiare dal ragazzino. Aveva gli occhi di fuori. Un maresciallo di Messina gli disse di stare calmo, che stava facendo troppo casino. Lui si girò con i pantaloni aperti e gli chiese se voleva succhiarglielo al posto di Ahmed. Il siciliano gli rispose che era un pezzo di merda, un pervertito e un drogato. Che non sarebbe più andato in pattuglia con lui, che non si sentiva sicuro, che lui voleva portare la pelle a casa. Che gli avrebbe fatto rapporto. Renato tirò fuori la pistola e senza dire nulla sparò due colpi, uno verso il maresciallo, mancandolo, e uno alla testa di Ahmed, prendendolo in pieno. Poi puntò l’arma nuovamente verso il maresciallo ma quello aveva intanto preso la mia pistola, l’avevo davvero appena pulita, e ha fatto fuoco. E’ un ottimo tiratore, non l’ha mancato. Il tutto è durato un attimo. Siamo riusciti a mettere tutto sotto silenzio. Non conveniva a nessuno, troppa merda per tutti. Il resto lo sai, il processo, una versione credibile. E’ tutto…”

Anna aveva iniziato a piangere quasi subito, quando aveva capito che aveva sposato un uomo diverso, che il suo Renato non esisteva più, che la smania che aveva per tornare in missione non dipendeva dalle loro necessità economiche ma dall’ansia di essere ancora laggiù a vivere quella vita assurda. Che si era assuefatto alla violenza più che alla droga, che era morto dentro ben prima che il maresciallo di Messina gli sparasse.
Guardò Ruggeri con gli occhi lucidi.

“Ti prego, lasciami andare.”
Anna prese la decisione all’istante.
“Mi dispiace, oramai è tardi” gli disse.

Si alzò, armò il cane della pistola, la puntò verso il militare. La tenne così qualche secondo, poi la volse verso se stessa, la infilò in bocca e tirò il grilletto.

Scacco matto.

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