Giorno 16 – 25 Marzo

Ore 11.00

E’ tornato il freddo. Fuori, in quel fuori accessibile solo se dotati di autocertificazione – la domanda nasce spontanea:  è cambiato stanotte il modello o quello di ieri è ancora valido? – è tornato il gelo notturno. Addirittura su alcune cime del meridione è attesa la neve. La natura si è ribellata a Primavera che avrebbe accorciato le  gonne e messo i maglioni a riposo. Ma la gioia di vivere, il sole e il tepore, le giornate più lunghe arriveranno presto, inevitabilmente. Nel frattempo temo per le piante che ho in giardino. Il limone è pieno di gemme, promessa di una fioritura ricca e di una ritrovata vitalità. La gardenia ha tanti boccioli, ancora chiusi ma nei quali si intravede il bianco all’interno. Sono quasi  pronti i a sbocciare, aspettavano solo quell’ultima spinta del sole primaverile. Spero bene.

Anche i numeri del contagio, ieri, hanno dato una leggera frenata all’ottimismo dei giorni precedenti. Il totale dei colpiti è calato ancora, ma quello dei morti è tornato a salire, se pur di poco. Ora, mentre i contagiati totali sono un numero incompleto (a quelli positivi da tampone vanno aggiunti tutti coloro che, asintomatici, non sono misurabili), i morti sono invece una quantità definita. Se il rapporto tra infettati e deceduti è costante, il numero dei morti ci da anche la stima della diffusione del virus, della quantità reale delle persone colpite, misurate o meno. Tutti dicono che questa settimana sarà decisiva per capire l’andamento della situazione. Non ho mai seguito il telegiornale con tanta attenzione.

Nella ricerca di qualcosa da leggere per contrastare i pensieri negativi, ho dato un occhiata alla classifica dei libri più venduti in questo periodo. Tra i primi dieci ci sono La Peste (Camus),  Spoilover l’evoluzione delle pandemie (Quammen), Cecità (di Saramago, un capolavoro assoluto) e Virus (Burioni). Mi sa che devo guardare altrove. Più che contrastarli, i pensieri negativi si concentrano. Se leggere è un evasione questa classifica mi sa più di invasione. Meglio scrivere.

Ora  vado  a prendere il caffè. Una delle conseguenze della convivenza, oltre al sovrappeso da manicaretto quotidianamente prodotto da Alessandra, che Dio la benedica, è un maggiore consumo di caffè. Il primo a colazione, poi un  secondo una mezzora dopo. Il terzo verso le undici, ci si incontra a metà strada, in cucina. Poi dopo pranzo e talvolta anche a metà pomeriggio. Di solito non ne prendo cosi tanti. Mi interrogo sui motivi. Ora ci penso mentre me lo bevo, poi vi dico.

ore 17.30

Mentre al piano di sotto, in quello che avrebbe dovuto essere il mio studio, si svolgono videolezioni di Metodologia e Tecnica del calcio virtuale, io sono tornato indietro negli anni, fino ad un mio antico amore. Appena sposati, piu di un quarto di secolo fa, passavamo il sabato mattina a “mettere a posto casa”. Vivevamo in un piccolo appartamento, davvero piccolo, e riuscivamo a spendere l’intera mattina a spazzare, lavare per terra, pulire il bagno… Insomma tutto cio che facevamo molto di corsa durante la settimana lavorativa trovava spazio nel weekend. Tra i miei compiti c’era quello di stirare. Avevo vissuto per un paio d’anni a Milano, da solo, e avevo imparato. Di necessità, virtù. La domenica pomeriggio accendevo ferro da stiro e radio, sintonizzata su radio1 per tutto il calcio minuto per minuto, e mi stiravo la produzione settimanale di quanto necessario. Qualche camicia mia e di Alessandra, qualche maglia. A volte le lenzuola. Un paio d’ore, il tempo di gioire o imprecare per il risultato della partita ed il più era fatto. Non mi è mai pesato. Ci sono altri servizi casalinghi che non tollero, stirare non è tra questi. Lo trovo rilassante. Con il passare del tempo, col cresecere della famiglia  e della casa, col moltiplicarsi degli impegni, abbiamo delegato questo compito alla tintoria prima (per le sole camicie), ed alla signora Antonella, la santa che ci aiuta nei lavori domestici, poi. Solo raramente avevo ripreso il ferro in mano, qualche capo urgente durante il weekend.  Oggi, dopo tre settimane di isolamento, l’armadio nel quale teniamo le cose da stirare ha mandato un messaggio eloquente. La porta non si chiudeva. Naturalmente niente camicie, che in ufficio non ci siamo andati. Ma tovaglie e lenzuola come se non ci fosse un domani. Le ho guardate con affetto mentre – col ferro alla massima temperatura e la radio accesa – ho eliminato, capo dopo capo, l’intera pila. Non mi sento soddisfatto. Nel mio viaggio a ritroso nel tempo mancava Ameri di sottofondo, niente partita. Ridatemi il calcio o non stiro più! A voi la linea.

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