Giorno 28 – 6 Aprile

ore 12.30

Ci sono delle giornate che nascono male, e questa è una di quelle. Una piccola, grande delusione, una aspettativa delusa e l’umore sbalza, si cappotta. Sarebbe stata una di quelle occasioni da prendere la macchina e sparire per un paio d’ore, a farsi passare la roditura di fegato guidando senza meta. Pensavo di poter fare una cosa e invece non la farò. Nulla di serio, mi passerà. Guccini in una sua canzone dice Quando son d’umore nero allora scrivo. Non solo al vate di Pavana viene una botta di creatività quando è giù di morale. Anche Tenco rispose alla domanda sul perchè scrivesse solo cose tristi, che quando era felice usciva, non se ne stava in casa a scrivere.

Per me non è questione di creatività. A me scrivere serve per mettere in fila i pensieri, cerco di renderli ordinati. Non solo quello che finisce su un pezzo di carta o su uno schermo. Soprattutto quello che non dico e non scrivo. Concentrarmi sul flusso di pensieri da trasformare in parole, mi obbliga a mettere ordine, la dentro, ovunque sia l’origine del caos. E’ un esercizio liberatorio, una sorta di auto-cura (un mio amico, fratello, col quale condivido questa necessità, la chiama egoterapia). Faccio pulizia, passo l’aspirapolvere negli angoli e sotto il letto. Provo a rimettere le cose al loro posto. La vita è quella che si vive, non quella che si vorrebbe vivere. E’ fatta di azioni concrete, frutto di scelte quotidiane, consapevoli o meno, tra le opzioni reali, possibili, non teoriche o solo desiderate. Si fa quello che si vuole della propria vita, nell’ambito di cio che è realmente possibile fare. I desideri giocano il ruolo di guida e stimolo, ci indicano la direzione ma guai a prenderli come pietra di paragone della propria felicità, è pericolosissimo. Limitare l’uso del condizionale presente del verbo volere dovrebbe essere insegnato a scuola.

Per questo oggi mentre guardo fuori dalla finestra è forse il primo giorno dalla data del lock down che sento l’effetto gabbia. C’è sole, quanto ci sarebbe stato bene un giro in bici? Se scendo in garage e vedo la bicicletta appesa a prendere polvere mi viene il magone. L’ho presa qualche anno fa, il tempo di farci un paio di giri seri (per il mio livello, quindi mica tanto!) e il fisico mi ha dato segnali inequivocabili. La schiena si stava ribellando. La bici non c’entrava nulla, il guaio era serio e c’è voluto un neurochirurgo e un bel po’ di titanio (oltre ad una paura fottuta) per fissare un vertebra ballerina. Poi lo stop forzato, riposo e fisioterapia. Una ripresa lenta, niente più bungy jumping o maratone nel deserto. Da settembre scorso avevo ripreso ad andare in palestra, per evitare la resa definitiva alle ingiurie del tempo. Volevo staccare la bici dai ganci, spolverarla per bene e rimetterla in strada approfittando del sole primaverile, il periodo migliore, che in estate fa troppo caldo. Mi sa che mi tocca aspettare, l’autocertificazione non basta.

Un altro modo di farmi passare le paturnie e di rimuovere quel blocco solido alla bocca dello stomaco è quello di fare qualcosa di fisico, che richieda concentrazione e attenzione. Un lavoro manuale. Devo rivedere se nella lista delle cose da fare, tipo imbiancare il muretto del giardino o dare l’impregnante al tavolino di legno, ci sono attività per le quali ho tutto il materiale. Mi sa che qualcosa mi manca, dannato Corona Virus.

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