Giorno 41 – 19 Aprile

Ore 16.00

Ancora sui ragazzi. Stamattina, in una di quelle chat di whatsapp tra amici, abbiamo affrontato il tema del diritto allo studio al tempo del CoronaVirus. In questa chat ci sono solo amici, direi quasi fratelli. Alcuni di loro insegnano. E’ stata una opportunità per confrontare il mio punto di vista con quello di chi fa davvero scuola. Di chi si confronta tutti i giorni con le possibilità e i limiti del sistema scolastico. Il tutto è iniziato per un mio commento, dettato da una conversazione con un docente di uno dei miei figli. Visto il cambio di piattaforma online della loro scuola, ci comunicava il diverso modo di accedere alle lezioni. Nella conversazione riportava, giustamente, che la programmazione dipende in qualche misura dalla disponibilità dei docenti, visto che gli stessi non sono obbligati a tenere videolezioni. Il loro contratto non lo prevede. Nella chat con gli amici mi sono lasciato andare ad un paio di commenti a metà tra l’ironico e il perplesso. Mi chiedo, e vi chiedo, se la scuola è costruita attorno al diritto degli studenti allo studio o se – piuttosto – oggi non è maggiormente focalizzata sui diritti degli insegnanti in quanto lavoratori del comparto scuola. L’oggi visibile delle conseguenze del virus, assomiglia (ad esempio) tanto allo ieri della impossibilità di sostituire un docente ripetutamente assente – per motivi tutti regolari e condivisibili – con un supplente di lungo periodo al fine di assicurare una continuità didattica, altrimenti compromessa.

La convinzione che ho maturato in quindici anni di gestione di figli scolari – da genitore, quindi dichiaratamente parziale – è che la scuola ha delle incredibili professionalità e una capacità di adattarsi unica. Tuttavia, alcuni aspetti organizzativi sono focalizzati sui diritti degli insegnanti e non su quelli degli utenti del sistema, gli studenti. Certo, oggi è facile, fin troppo facile, sparare a zero sugli insegnanti che non fanno lezioni on line. Perchè non le fanno? Non sono capaci? Non ne hanno le competenze? Non gli va? Un sotto insieme di queste e altre ragioni, tutte valide, anche quelle più politicamente scorrette. Anche se non gli va, sono titolati a non farselo andare perchè – oggettivamente – il loro contratto non lo prevede. Sfido certo i lavoratori di tutti gli altri comparti – pubblici e privati – a trovare nel loro contratto l’obbligo di utlizzare proprie risorse (spazio, scrivania, cancelleria, una stanza tranquilla se possibile, una rete internet efficente, gestendo nello stesso tempo figli piccoli a casa…) per lavorare, senza che questo confligga con una qualsiasi delle regole di sicurezza sul lavoro, minimo di metri quadrati, normative varie…

Mi chiedo, e vi chiedo, se è corretto eticamente un sistema che consenta ai docenti di decidere se vogliono fare lezione, ma al contempo giudichi gli studenti secondo la loro volontà. Può uno studente dire – senza conseguenze – che quel giorno non ha voglia di fare lezione, non ha voglia di ascoltare, non ha voglia di essere interrogato? Possiamo chiedere ai nostri ragazzi rigore e disciplina nell’osservare regole che valgono solo per loro, e non per chi quelle regole utilizzerà per valutarlo?

Allo stesso tempo, cosa differenzierà, concretamente, i docenti che hanno saputo e voluto fare scuola al tempo del Coronavirus da quelli che voglia non ne hanno avuta? Questa discussione non può naturalmente essere di tipo anedottico. Conosco – e tra i miei amici/fratelli ci sono esempi altissimi di disponibilità – chi si è sbattuto per fare lezione, pur senza mezzi, senza riconoscimenti ed alle prese con classi che definire indisciplinate è dir poco. Ma per tanti di loro, quanti si sono nascosti dietro i limiti dei contratti? Mi si dice che i docenti – alcuni – potrebbero avere dei limiti oggettivi di natura familiare ed anche economica che li porta a non fare lezione online. E’ vero, purtroppo è una questione comune a diverse categorie di lavoratori. Cio che rende unica la situazione, a mio avviso, è quella possibilità di scelta, apparentemente senza conseguenze, che consente agli insegnanti di decidere se e quando si vogliono mettere in gioco. Questa possibilità, in un epoca in cui molti hanno perso il lavoro a causa del virus e molti altri lo perderanno per lo tzunami economico che ci aspetta, si presenta come un privilegio poco sopportabile. E poco importa che la maggior parte degli insegnanti stia dimostrando metodo, volontà e disponibilità. La questione va oltre i singoli. Puo l’apprendimento di un ragazzo, di una classe o di una scuola, essere dettato dalla fortuna di avere docenti illuminati o dalla sfortuna di non averne? Che ci siano – come in ogni categoria – bravi e meno bravi è accettabile. Che il sistema non sia organizzato in maniera di aiutare ad emergere chi ha voglia e di minimizzare l’impatto negativo di chi non ne ha, oggi non è accettabile.

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