Giorno 43 – 21 Aprile

ore 12.00

Duemilasettecentosettantatre anni. Se dovessimo tirare le orecchie a Roma inizieremmo ora e finiremmo tra un paio di giorni. Buon compleanno, Roma. E’ una festa senza invitati quest’anno, un party minore. Niente bollicine e finger food, porchetta al Colosseo e sfilata di centurioni ai Fori.  Una festa un po’ paesana, che però piace enormemente ai turisti che ci capitano in mezzo. D’altronde, all’estero, soprattutto nei paesi extraeuropei, Roma è Colosseo e BenHur, gladiatori e feroci imperatori. E’ più cinema che architettura e ingegneria, più  Russel Crowe che costruttori di acquedotti e strade.  E quindi apprezzano la parata in costume, e via di panino con la salsiccia. Quest’anno tante iniziative culturali online, visite a musei, concerti e spettacoli da godersi da casa, vista l’impossibilità di fare festa nel senso pieno del termine. Ad Alessandra segnalo che qui verranno diffuse le letture degli attori Alessandro Haber e Marton Csokas di testi scritti dal poeta Gabriele Tinti e ispirati ad alcune opere della Centrale Montemartini, nell’ambito del progetto Rovine: Canti di pietra. So che apprezzerà.

Per me il 21 Aprile è molto legato ad un fatto che mi è capitato più di quaranta anni fa. Andavo alle scuole medie, forse facevo la seconda. Forse. Era, per l’appunto, il 21 Aprile e non si andava a scuola. Ora, non ricordo se non si andasse a scuola perchè era il Natale di Roma o perchè contestualmente ci fosse qualche altra ragione. Ho provato a documentarmi se negli anni 70 fosse una festività locale, scuole e uffici chiusi. Ma non ne sono venuto a capo. Però quel giorno non andai a scuola. Con i compagni di classe organizzammo una partita di calcio, su un prato, non su un campo vero, da giocarsi in uno degli spicchi di verde che a Roma chiamiamo ville. Andammo a Villa Flora, quartiere Portuense, pochi minuti a piedi da casa. Non mi ricordo se fu difficile convincere mia madre a lasciarmi andare, ma forse era refrattaria a non avermi a casa. Ma forse (quanti forse!) no. Insomma era festa o forse no, mia madre era favorevole o forse no. L’unica cosa certa era la partita, contro la sezione C. Io in porta, ero uno dei pochi che “si buttava”  (se siete interessati al calcio da campetto qui trovate un racconto sul tema). Vedete, buttarsi era ciò che distingueva il portiere vero da quello occasionale, quello che stava in porta perchè scarso o perchè si faceva a turni, un gol fatto o subito e si cambiava ruolo. Io ero – o pretendevo essere – un portiere di ruolo, vestito da portiere, ginocchiere improbabili e guanti e tutto il necessario. E mi buttavo. Che significava gettarsi nella mischia per prendere il pallone con le mani, tuffarsi sull’erba a cercare di intercettare la sfera prima che varcasse la linea di porta – rigorosamente tracciata tra due maglioni a fare da palo. Insomma a metà della partita un paio di attaccanti si presentarono, in assenza di difensori, davanti alla porta. La palla, lanciata dalle loro retrovie verso di me, saltellava in maniera irregolare sul terreno. Era più vicina a me che agli attaccanti, facile preda della mia presa, a patto che riuscissi a bloccarla prima che se ne impossessasse uno dei due ragazzini. Mi tuffai sulla palla, un plastico movimento a fermare la palla sul terreno. La presi solo un attimo prima che uno dei due – del quale ricordo curiosamente solo il cognome, Battafarano – nel tentativo di anticipare il mio movimento provò ad allungare il piede e deviare la palla. L’impatto col mio braccio fu involontario ed inevitabile. E fatale. Frattura del terzo distale del radio. Quaranta giorni di gesso. Ho rimosso la reazione di mia madre. Di quel periodo conservo il prurito al braccio, che calmavo solo introducendo dalla parte aperta del gesso un ferro da calza, per provare a grattarmi un po. Insomma il 21 Aprile è festa di Roma e anniversario del gesso. E anche compleanno di Andrea, un cognato che è come un fratello. Stai diventando grande,  bro!

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