Giorno 45 – 23 Aprile

ore 12.00

Io mi chiamo Carlo perchè mio nonno si chiamava Carlo. Mio padre era il secondo dei tre figli di Carlo e Elisa, e fu il primo a dare il tanto sospirato nipote maschio a suo padre. Carlo, detto Carlino dalla moglie, ebbe cinque nipoti femmine prima che rimanessero incinte mia madre e mia zia Paola, moglie di Sergio, il fratello maggiore di mio padre. Entrambe promisero, più o meno apertamente, di chiamare il figlio, qualora maschio, con il nome del suocero. Arrivarono due maschi a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro. Il sottoscritto e mio cugino, Giancarlo. Mio nonno era originario di Ururi, un paese in Molise di lingua e cultura arbëreshe. Un piccolo paese, al massimo della sua storia, subito dopo la seconda guerra mondiale, arrivò ad un massimo di nemmeno 5000 abitanti. Gli piaceva raccontare come la sua famiglia (e quindi la mia) discendesse da un ramo della nobiltà albanese, emigrata successivamente alla conquista ottomana della penisola balcanica. Era un uomo paziente e piccolo di statura (da cui il soprannome che usava la moglie, che lo sovrastava di parecchio in altezza e peso) e nel dopoguerra si trasferì a Roma, dove lavorava alle poste. Andò in pensione da direttore dell’ufficio postale di via di Porta Angelica, vicino al Vaticano. Non l’ho conosciuto molto, è morto che avevo 16 anni, non ho fatto a tempo a farmi raccontare un po’ delle sue storie. Ne mio padre mi ha mai raccontato di lui. Ma con mio padre ho sempre parlato poco. Forse non ha fatto a tempo, o forse in realtà non gli interessava molto farlo.

Mio nonno aveva quella caratteristica tipica che sembra essere patrimonio comune della terza età maschile: si diventa capaci di aggiustare tutto. Gli portavamo, quelle volte che andavamo a pranzo da lui la domenica, gli oggetti più disparati da riparare. Non so se poi lo facesse davvero, ma quando in casa qualcosa smetteva di funzionare lo si metteva da parte per Nonno Carlo, che ci avrebbe pensato lui. Appena arrivati a casa sua, un bell’appartamento in una delle prime traverse di via Boccea, si infilava il cappello, prendeva delle chiavi appese vicino alla porta di ingresso e ci portava  in cantina.  Andavamo solo io e mio fratello:  Alessandra, nostra sorella, in quanto femmina era esclusa da questo rito.  Era un piccolo locale, il suo rifugio, il posto dal quale scappava dal controllo della moglie. Forse era il luogo nel quale si sentiva più a suo agio. Imparavamo a piantare i chiodi. Ci dava martello e tavoletta di legno e ci esercitavamo a mettere e togliere i chiodi, evidentemente un compito ritenuto fondamentale per l’educazione dei nipoti.  Ho il sospetto che il tutto provenisse dalla necessità di accontentare la moglie, che due ragazzini irrequieti in casa non li sopportava. Mia nonna Elisa non era nota per dolcezza e pazienza.  Di quell’esercizio non dovevo aver imparato molto, visto che in quel periodo rovinai irrimediabilmente un tavolino che avevamo in casa, replicando quello che facevo nella cantina del nonno. Della casa dei nonni ricordo il lungo corridoio che finiva nella cucina, il bagno con il contenitore appeso al termosifone con dentro la Settimana Enigmistica, il terrazzino del soggiorno dal quale si godeva la vista della campagna romana. E le golia, le caramelle alla liquerizia incartate singolarmente, che mio nonno aveva sempre in tasca.

A volte ricambiavano la visita domenicale, ci venivano a trovare a casa nostra per il pranzo. Ci affacciavamo in balcone, fino a quando non vedevamo spuntare la sua Citroen Ami6 color crema. Allora scendevamo ad “aiutarli”, che portavano il vino o le pastarelle. Nonno Carlo diceva di mangiare pochissimo – e noi lo prendevamo in giro, sottolineando come fosse vero solo a casa sua. Dopo pranzo, rigorosamente, si andava a riposare, una mezzoretta di sonno in camera dei miei e poi forse il caffè, qualche chiacchiera e via quasi subito verso casa loro, che ci voleva parecchio. Anche se ricordo quello spostamento come lungo, in realtà (ho controllato su maps) si trattava solo di 7 Km. C’erano tuttavia un paio di punti molto trafficati e mia nonna, credo, non voleva fare tardi. Non era molto socievole.

Di quei pranzi a casa nostra ricordo un particolare: Nonno Carlo era prodigo di complimenti, mangiava volentieri. Gli piaceva la cucina di mia madre (sarebbe stato impossibile il contrario!) e di mia nonna materna Cecilia, che viveva con noi. Elogiava sapore, fantasia e abbinamenti. Però. C’era sempre un però. Credo fosse anche quello un vezzo per ingraziarsi la moglie nel confronto gastronomico con la nuora. Quel però faceva sorridere, a volte era il sale, a volte la cottura, a volte la salsa. Ieri sera ci siamo premiati con una fantastica pasta pescespada e melanzane, un po’ di peperoncino, qualche pomodorino. Un autentico capolavoro. Però la pasta forse avrebbe potuto cuocere un po’ di più, secondo il bisnipote maschio di mio nonno Carlo. Potenza della genetica.

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