Giorno 48 – 26 Aprile

ore 13.00

Ieri passeggiata intorno casa, ci siamo concessi una uscita a distanza controllata. Abitiamo fuori dal centro urbano, a pochi passi dal lago, tra la via Appia e CastelGandolfo. Tanto verde intorno e un arcobaleno naturale di colori dei vari fiori che stanno esplodendo la loro vitalità proprio in questi giorni. Le traverse che scendono dalla strada principale, che finisce diritta al lago dopo aver attraversato il tunnel, prendono il nome di piante e fiori, quasi a sottolineare l’appartenenza alla campagna, più che che ad una città lontana. Via dei Glicini, delle Ortensie, delle Ginestre, del Garofano – chissà come mai singolare. Le strade sono in pendenza, dalla via Appia si salgono le pendici sud ovest dei colli Albani. C’è silenzio, rarissime automobili e qualche passante, alcuni con i cani, altri come noi a fare un po di movimento. Lorenzo si è portato il pallone, corre sulle stradine deserte. Si vedono i suoi dodici anni, con la quantità di energia non spesa ci si potrebbe illuminare l’intera regione Lazio per una settimana. Tra i fiori spicca il papavero, ce ne sono tantissimi. Delicati, crescono in mezzo ai campi come nelle aiuole dimenticate a bordo strada. Frate suora o neonato?

Con questa frase Alessandra mi ha riportato indietro di quasi cinquanta anni. Non sono più ai Castelli, ma a Roma. Non c’è Alessandra, per mano mi porta mia nonna Cecilia. Siamo dentro il parco del convitto della Croce Rossa, un isola di verde nel quartiere a ridosso della via Portuense. La passeggiata quotidiana: prima la attuale via Ilvento, poi il cancello della Croce Rossa. La leggera salita fino alla grande catena stesa tra due pilastrini di cemento ad impedire l’accesso alle macchine. La strada continua sterrata, qualche edificio basso a destra e sinistra, forse ex magazzini, fino alla piccola piazzetta con una cappella e la piccola fontana scrostata nel mezzo. Di solito ci fermavamo li, c’era qualche altro bambino con la nonna o la mamma. Con alcuni di loro siamo rimasti amici tanti anni, abbiamo diviso viaggi e speranze, poi ci siamo persi. Incomprensioni che non abbiamo avuto voglia di superare. Dopo la piazzetta c’era una piccola radura, contornata da alberi. L’erba era alta, qualche rovo. A primavera milioni di papaveri. E la sera, di certo, una costellazione di lucciole che la dentro non ho però mai visto, il cancello chiudeva al tramonto e noi ce ne tornavamo a casa ben prima. Casa mia era distante solo pochi metri in linea d’aria, ma la recinzione ci constringeva a questa passeggiata, che allora mi sembrava lunghissima. Più grandi, da adolescenti, avremmo preso a scavalcare il muro, che nel frattempo aveva preso il posto della rete metallica, proprio dove iniziava il vicolo della Serpe, una stradina a forma di esse che porta alla via Portuense. Entravamo cosi in quel parco, raggiungevamo la radura proveniendo dalla direzione opposta a quella del cancello principale. A volte avevamo un pallone, per tirare due calci, a volte le racchette da tennis, per rubare una partita sul campo in cemento fino a quando la sorveglianza della Croce Rossa non se ne accorgeva e ci veniva a cacciare via. Ma non c’era mai acrimonia, era un invito a finire in fretta e a non fare confusione. Il più delle volte andavamo solo a spasso, chiacchierando nei vialetti sterrati e ombrosi. Chissà di cosa parlavamo, troppo presto per parlare di politica, troppo timidi e impacciati per parlare di donne, un mondo ancora sconosciuto.

Frate suora o neonato? Ora sono di nuovo qui, Alessandra sta insegnando a Lorenzo e Sara il gioco che si fa con il papavero quando, non ancora sbocciato, provi ad indovinare il colore dell’interno del baccello. E’ rosso, rosa o bianco? Frate suora o neonato?

Tornati a casa, dopo la passeggiata, Lorenzo, non so perchè, era già quasi ora di cena, ci ha chiesto quale era, da ragazzi, la nostra merenda preferita. E sono tornato di nuovo indietro negli anni. Ma ve lo racconto domani.

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