Giorno 54 – 3 Maggio

ore 16.30

Ultimo post. Domani si riaprono, se pur parzialmente, i battenti. Questa rubrica, che mi ha riempito le giornate, vede la fine con questo articolo. La casa non sarà più chiusa. Si riapre, dall’inverno semo fora. Per me è tempo di un primo bilancio: facile, so che diversi di voi lo stanno pensando, indugiare sui vari kg in più che mi trovo addosso dopo 55 giorni di chiusura totale. Con una moglie così portata per la cucina, e considerando quanto mi piace (sia lei che la cucina) il risultato è ovvio. A me piace pensare invece ai tanti film visti insieme, alle merende con Lorenzo, ai disegni di Sara ed alle tisane e al limoncello di Andrea. Ho scritto quasi 240mila caratteri, che qualcuno ha letto (grazie). Prima che un diario è stato uno sfogatoio di paure e speranze. Emozioni e sensazioni nuove che ho provato a tradurre in lingua scritta. Tutte queste cose, le merende, i disegni, i manicaretti e le tisane, proseguiranno ancora, il tana libera tutti ancora non è completo. Ma la casa non è più chiusa. Per non farci mancare nulla, tanto per finire in bellezza, oggi spaghetti con i moscardini, crostata e ciocorì fatto in casa. Prosecco come non ci fosse un domani. Ma questo domani c’è e sta per arrivare. Domani liberi, o quasi, in realtà servono ancora validi motivi motivi per uscire, ma vediamo… le aspettative sono alte, molte persone stanno già pianificando l’invasione delle strade, effetto Berlino a fine 1989.

Non andrà tutto bene. Intendiamoci, non sono pessimista. Credo che alla fine si troverà una maniera dignitosa di convivere con il Covid fino al momento in cui la scienza o il culo lo sconfiggerà definitivamente. Vaccino o cura miracolosa, fate voi. E tutto sommato il mio orizzonte temporale non è cosi lungo da interessarmi se qualcuno ci guadagnerà una barcata di soldi o meno, se presunti benefattori lo siano sul serio o stanno invece solo usando la pandemia per i propri scopi meno nobili. I miei figli, la loro generazione sarà in grado – su questo sono netto e positivo – di scegliere per il meglio e di guidare il mondo secondo coscienza. Quella che è mancata – a volte – alla nostra generazione. Ma non andrà tutto bene. Non mi fido della capacità del genere umano alle nostre latitudini di autolimitare i propri contatti sociali. Forse funziona nell’estremo nord, dove questo distanziamento è vero 365 giorni all’anno per scelta caratteriale, non per obbligo governativo. Ma non non siamo Finlandesi, non viviamo su un isola piena di geyser e vulcani e per noi non c’è fika alle cinque del pomeriggio. E non dite purtroppo. Dalle nostre parti, come in Spagna e in Grecia, cosi come in Francia, per non parlare dell’Africa intera, è impossibile pensare ad una vita priva o quasi di convivialità, dello stare insieme. Qualunque momento importante è sottolineato da un pranzo o una cena di parenti o di gruppo di lavoro. O da una festa, una cerimonia. Siamo cosi, intrecciati come l’edera, rami che si abbracciano e sostengono. A volte stritolano, soffocanti. Siamo così, malati di socialità prima che di Coronavirus. Per questo credo che non andrà tutto bene. Credo piuttosto che andrà esattamente come lo faremo andare. Siamo, individualmente, resposabili del nostro destino, che selezioniamo con le nostre azioni. Al Pacino direbbe che “…o vinciamo come collettivo o moriremo come individui.”

That’s a team, gentlemen
and either we heal now, as a team,
or we will die as individuals.
That’s football guys.
That’s all it is.

E’ chiaro, non è una partita di football e non siamo alla fine del primo tempo. Ma è solo grazie al lavoro di tanti in prima linea, e di tutti nell’osservare le regole, che siamo ancora in grado di guardare al secondo tempo con la speranza di farcela. Torniamo la fuori, e giochiamo questa partita, insieme, per vincere. Per la miseria, abbiamo un obbligo morale nei confronti di chi invece non è arrivato a bere il the negli spogliatoi. Credo che glielo dobbiamo.

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